Il cemento di Cosa Nostra a Genova non è solo Metrò... arrivò al mare, con il morto

Scritto da Ufficio di Presidenza - Il Secolo XIX
Il Museo del Mare di Genova ed il cemento di Cosa NostraDalle indiscrezioni ampiamente riprese da Il Secolo XIX pare proprio che le forniture di cemento made "Cosa Nostra", attraverso la Calcestruzzi spa, secondo la DDA di Caltanissetta, siano anche state utilizzate per altre opere tra le principali di Genova. Tra queste il Museo del Mare nella Darsena, dove morì un ragazzo albanese per il crollo durante i lavori. Anche i periti che hanno esaminato i materiali hanno confermato l'allarme della DDA: "esaminando il materiale caduto ci sono venuti molti dubbi". Adesso, di nuovo, considerando non solo l'incidente mortale del lavoratore in nero - che la società ha cercato di regolarizzare post-mortem ! -, ma anche i sospetti che sono venuti ai periti chiamati ad esaminare la struttura ed i materiali, ci pare ancora più inquietante il fatto che il grande Sindacato che difende i lavoratori e che nell'edilizia ha una posizione dominante, ovvero la Fillea-Cgil, non si sia mai accorta di nulla. Non ha mai verificato la situazione di quel cantiere? Come per quelli della Metropolitana genovese anche qui il grande tutore dei lavoratori Venanzio Maurici, con la Cgil, subito pronto a scendere in strada per difendere indagati della Procura, è rimasto e rimane in rigoroso silenzio... proprio come il Comune di Genova che tanto ha voluto quell'opera nonostante il Museo del Mare esistesse già, nella delegazione di Pegli... eppure Cgil e Comune, come le cooperative rosse, sono sempre in prima fila alle parate dell'antimafia istituzionalizzata... Le solite bazzecole "destabilizzanti", nulla di più. Ecco gli articoli de Il Secolo XIX del 3 e 4 dicembre 2008...


3.12.2008 - Il Secolo XIX
La Calcestruzzi fornì anche il Museo del Mare di Genova
Cemento sospetto al MuMa


L'allarme (confermato dai sequestri) lanciato dalla procura antimafia di Caltanissetta sulla qualità del calcestruzzo utilizzato in molte opere pubbliche di tutta Italia ha già trovato eco a Genova. Materiale indebolito, secondo gli inquirenti della Dda, contenente una scarsa quantità di legante (il cemento) con conseguenze potenzialmente drammatiche sulla stabilità degli edifici...

I pm ipotizzano per ora un «allungamento del calcestruzzo» finalizzato alla creazione di fondi neri. L'allerta è stato poi amplificato dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari: «Dobbiamo evitare che si prosegua con la costruzione di opere pubbliche che potrebbero presentare profili di non staticità». Insomma, a rischio di crollo.

Tra le forniture sospette ci sono anche quelle utilizzate per due tratti della metropolitana: uno già in funzione (Principe-San Giorgio), uno ancora in fase di costruzione (De Ferrari-Brignole). Nel mirino della procura nissena, indagate per frode in commercio, ci sono due società, la Calcestruzzi e la Italcementi.

Ora, però, si apre un altro fronte. Quello del Museo del Mare, l'opera che l'8 novembre del 2003 collassò travolgendo gli operai al lavoro e uccidendone uno, il muratore albanese Albert Kolgjeja. Nel processo di primo grado, che ha portato a una sola condanna, tra i tanti imputati sono stati messi sotto accusa i pioli di sostegno della struttura.

I documenti in possesso del Secolo XIX sulle forniture di cemento, giunte proprio dalla Calcestruzzi spa, danno nuova forza a una possibile ricostruzione (per altro già espressa e sostenuta durante il dibattimento dagli avvocati difensori): potrebbe essere stato un impasto irregolare del cemento a causare quel collasso.

Nelle stesse ore in cui si apre questo nuovo clamoroso scenario, nell'attesa del processo di appello per la tragedia della Darsena, arriva a una svolta l'inchiesta della procura di Genova su un altro crollo, altrettanto disastroso: quello del nuovo padiglione B della Fiera del mare del capoluogo ligure, firmato da una star dell'architettura mondiale, Jean Nouvelle, avvenuto lo scorso 9 aprile.

Il documento che il Secolo XIX pubblica sulla destra di questa pagina è la consulenza tecnica chiesta dal pm Sergio Merlo sul crollo al Museo del Mare. Gli esperti formulano molte osservazioni critiche sulla qualità del calcestruzzo utilizzato, anche se concludono che non fu quella la causa della sciagura. Ma l'ipotesi dei magistrati siciliani potrebbe però venir rafforzata da queste analisi ed è per questo che i carabinieri di Caltanissetta hanno già chiesto di poter ottenere una copia della perizia. Perché in primo luogo conferma che la fornitura (come confermato in un allegato) fu ordinata il 10 giugno 2002 dall'impresa Galata Scarl proprio «alla Calcestruzzi spa e alla Cemencal spa, aziende preconfezionatrici di calcestruzzo (appartenenti alla Italcementi Group) operanti in regime di qualità certificata».

In seconda battuta muove una lunga serie di rilievi alla qualità del calcestruzzo utilizzato, com'è possibile comprendere meglio nell'articolo pubblicato qui a destra: tutte le solette realizzate avevano una resistenza inferiore a quella dichiarata. In particolare la seconda, che è poi quella che ha ceduto, e ancor peggio la terza. E anche i controlli che sono stati eseguiti in corso d'opera, che ne hanno certificato la qualità, non sono poi stati confermati dalle prove di compressione eseguite sui resti del crollo.

Ora gli inquirenti sono determinati a compiere verifiche a tappeto in tutta Italia e Genova è una delle prime tappe: «Ci sono centinaia di opere da verificare. In prima battuta per scongiurare l'ipotesi di cedimenti improvvisi. Ma anche per comprendere, comunque, se quel che è stato realizzato con denaro pubblico sia sottoposto a un invecchiamento precoce, con la necessità di operare interventi di ristrutturazione e di rinforzo ben prima dei tempi previsti».

Il Secolo XIX ha poi contattato Italcementi, l'azienda madre da cui dipendono le altre sotto inchiesta. Questa la risposta: «Sulla tragedia del Museo del Mare siamo assolutamente tranquilli, così come su tutta l'inchiesta nel suo complesso. Il processo ha fino a oggi dimostrato che non è stato il calcestruzzo, ma i pioli metallici di sostegno, a determinare il crollo della struttura e tutte le perizie sono state concordanti sull'insufficienza della struttura metallica a reggere il peso delle solette».

Italcementi conferma poi la risposta del professor Alberto Alessandri, del collegio di difesa della Calcestruzzi, diramata alle agenzie di stampa nei giorni scorsi, quando la procura antimafia di Caltanissetta ha disposto il sequestro dei lotti 9 e 14 dell'Autostrada Valdastico in provincia di Vicenza: «La società esprime la propria serenità in ordine agli accertamenti in corso da parte della Procura ed alla correttezza della documentazione». E sulle perizie in corso su opere pubbliche realizzate in Sicilia: «L'incidente probatorio ad oggi non ha affatto dato conferma dell'ipotizzata compromissione della stabilità statica delle opere siciliane indagate e sequestrate nel 2007, ma anzi ha sinora fornito risultanze che consentono a questa difesa di guardare con fiducia ai suoi esiti».

Marco Menduni



Crollo del MuMa, parla l’unico condannato: «In quel materiale, qualcosa non andava»
Elisabetta Vassallo

Il calcestruzzo utilizzato per realizzare il Museo del Mare era stato fornito dalla Calcestruzzi spa, che fa parte del gruppo Italcementi: società indagate per frode in commercio dai magistrati della procura antimafia di Caltanisetta. Dall'inchiesta aperta ormai quasi un anno fa dai pubblici ministeri della Dda la Calcestruzzi spa avrebbe fornito materiale scadente a varie imprese italiane impegnate in realizzazioni pubbliche.

Tutto ciò emerge cinque anni dopo il crollo del Galata, il Museo del Mare allora in costruzione, sotto le cui macerie perse la vita l'operaio albanese Albert Kolgjeja. E affiora poche settimane dopo la sentenza di condanna di uno dei progettisti del museo, l'ingegner Andrea Pepe, ritenuto dal tribunale il solo responsabile dell'accaduto.

La perizia della pubblica accusa - l'unica presa in considerazione dal giudice, che non ha ritenuto di disporne una propria - indica come causa del crollo l'utilizzo di pioli in acciaio non sufficientemente lunghi e resistenti per collegare le colonne della struttura alle solette in cemento armato. Il calcestruzzo quindi, secondo quanto è emerso durante il processo di primo grado, sarebbe stato a norma. Vicenda conclusa? Nonsotto tutti i punti di vista.

Andando a rileggere alcuni brani della stessa perizia firmata dagli ingegneri Lamberto Panfoli ed Ermanno Maggiorelli il calcestruzzo utilizzato per armare il secondo piano della struttura, proprio quello che è successivamente crollato, era molto meno resistente rispetto a quello richiesto. L'impresa costruttrice aveva ordinato infatti a due società legate al gruppo Italcementi, di cui una proprio la Calcestruzzi, una fornitura di materiale la cui resistenza fosse di trecento chilogrammi per centimetro quadrato.

Dagli accertamenti predisposti dai periti sulle macerie del crollo è invece emerso che il calcestruzzo utilizzato per armare il primo piano della struttura aveva una resistenza di duecentocinquanta chilogrammi per centimetro quadrato e quello utilizzato per armare il secondo piano (quello venuto giù come un castello di carte) era invece di duecento: aveva quindi una resistenza di un terzo più bassa rispetto a quella richiesta. Un dato al quale, secondo l'unico condannato in primo grado, non è mai stata data l'importanza che forse poteva avere. Come mai?

«In effetti l'argomento cemento è stato archiviato molto in fretta - spiega l'ingegner Andrea Pepe, direttore dei lavori del Museo del Mare e progettista di una sua parte - ma in realtà a noi addetti ai lavori, studiando il materiale crollato, sono venuti molti dubbi. Quel calcestruzzo, secondo le nostre ricostruzioni, aveva qualcosa che non andava.

Anche osservando con attenzione le fotografie che sono state scattate alle macerie, si vede che le barre di acciaio della struttura erano "pulite", del tutto staccate dal cemento, mentre avrebbero dovuto essere "incollate" ad esso. Lo dimostra anche il fatto che i solai di cemento che sono crollati erano divisi in due: il che significa che le due gettate di calcestruzzo non si erano mai solidificate tra loro, restando così molto meno resistenti di quello che avrebbero dovuto».

Prosegue ancora Andrea Pepe: «In edilizia è determinante che i solai siano monolitici: quello crollato invece era spaccato in due. Per quale motivo non è mai stato accertato. L'impressione era che in quel calcestruzzo ci fosse qualche strano adittivo che non lo aveva fatto amalgamare come avrebbe dovuto. Se il tribunale avesse predisposto una sua perizia, forse sarebbe stato possibile fare chiarezza».

Su questo nuovo scenario si giocherà, con tutta probabilità, il processo di appello. Anche se la perizia di primo grado, quella voluta dalla Procura, ha sì riscontrato una minor resistenza del dichiarato del calcestruzzo utilizzato, ma ha poi spiegato che quell'«insufficienza» non poteva essere una concausa del crollo. Contattato dal Secolo XIX, l'ingegner Panfoli ha commentato seccamente: «Se abbiamo scritto quelle cose, vuol dire che ne eravamo convinti».

4.12.2008 - Il Secolo XIX
Crollo al MuMa, le carte all’Antimafia
Matteo Indice

Le carte sul crollo al Museo del Mare di Genova, da ieri, sono ufficialmente in mano ai carabinieri e alla procura di Caltanissetta, «acquisite» nell’ambito dell’inchiesta sul cemento ritenuto scadente e prodotto dalla Calcestruzzi Spa, che sta generando il panico in mezz’Italia. La Direzione distrettuale antimafia della città siciliana ipotizza che la qualità del materiale utilizzato per molte opere pubbliche nel nostro paese non sia stata adeguata, con pericoli enormi per la stabilità degli edifici. E fra le costruzioni messe sott’inchieste figura proprio il MuMa, che l’8 novembre 2003 cedette di schianto uccidendo il muratore albanese Albert Kolgjeja.
Non solo. Gli inquirenti nisseni hanno necessità di arricchire la documentazione, e si stanno muovendo per recuperare tutte le perizie e le consulenze redatte negli anni per far luce sulla reale origine di quel cedimento. Da una parte, come rivelato ieri dal Secolo XIX, c’è lo studio degli ingegneri Lamberto Panfoli ed Ermanno Maggiorelli, gli specialisti nominati dalla procura (quindi “terzi”): ammettono la fornitura da parte della Calcestruzzi e ribadiscono che le prove di compressione eseguite sui resti del crollo «non confermano» le certificazioni di resistenza fornite a monte del disastro. Ma escludono che il cemento, nonostante «l’insufficienza» palesata dalle verifiche, possa essere concausa della tragedia. E però non è questo, l’unico incartamento che interessa a Caltanissetta. «Può sembrare cinico - ripetono gli investigatori -, ma il tragico epilogo di quel lavoro non è l’aspetto prioritario della nostra indagine. Il punto è capire se anche il Museo del mare rappresenta un altro caso sospetto, che allargherebbe in maniera inquietante il ventaglio delle opere potenzialmente pericolose realizzate di recente in Italia». Ecco perché i militari guardano con interesse ad altri due dossier prodotti a Genova nel corso del processo per il crollo (l’unico condannato in primo grado è stato l’ingegnere Andrea Pepe, incaricato della direzione strutturale del cantiere dalla società costruttrice “Galata” e in parte progettista). In primis c’è la relazione compilata da Simone Caffè, un ingegnere nominato dal collaudatore Aldo Signorelli, imputato e poi assolto. Caffè ribadì come «non furono i pioli» a originare il crollo (la tesi che invece è stata accreditata dal giudice), ma un difetto nelle varie solette, riconducibile proprio al cemento. Ancora: la difesa di Pepe, rappresentata dall’avvocato Romano Raimondo, fece effettuare carotaggi speciali a uno studio svizzero, che insistette sul medesimo dettaglio. Spiega Raimondo: «A breve saranno depositate le motivazioni della sentenza, quindi faremo appello. Ed è chiaro che i dubbi sollevati da Caltanissetta corroborano indirettamente quanto sosteniamo da sempre: fu un problema di cemento».
La procura di Genova (del caso si occupò all’inizio il pm Sergio Merlo, poi diventato giudice, mentre il processo è stato sostenuto da Cristina Camaiori, ndr) si limita per il momento a «prendere atto» degli ultimi rivolgimenti investigativi. Con una precisazione: «Nel corso del dibattimento l’ipotesi cemento è stata esclusa. Ricontrolleremo comunque le carte, cercando di capire se eventuali distonie possono avere un peso diverso alla luce di questa novità». Molto più dura la posizione della società “Galata”, sostenuta dal legale Massimo Ceresa-Gastaldo che cita in una nota ampi stralci delle perizie della procura: «L’idea - dice - che l’incidente sia stato determinato da carenze nel cemento si è dimostrata priva di fondatezza. E dopo quasi cinque anni di rilievi si è provata l’assoluta estraneità del calcestruzzo». Ma è un fatto che a Caltanissetta si interessino di quel disastro.


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