Annullate dalla Cassazione le assoluzioni dei FOTIA

Scritto da Ufficio di Presidenza

Nel 2012 la Casa della Legalità denunciava che i noti FOTIA si stavano adoperando per aggirare le misure interdittive antimafia che avevano colpito la “SCAVO-TER s.r.l.” (e che saranno poi confermate dal Consiglio di Stato) per non rinunciare a concessioni pubbliche (vedesi Cava Rianazza di Cosseria – SV e Centro Recupero Inerti di Vado Ligure – SV) ed all’accaparramento di lavori pubblici. Mentre facevano i cortei con le bandiere della CISL per le vie di Savona contro le interdittive promosse dal Prefetto di Savona, iniziava la “danza” degli assetti societari, con un fine palese: schermare la gestione dei FOTIA, ed in primis del dominus FOTIA Pietro, così da poter eludere l’interdittiva antimafia.

Una denuncia fondata che fotografava il progetto della famiglia africota e che troverà riscontro nell’indagine della Direzione Investigativa Antimafia e della Procura di Savona. Dalla “SCAVO-TER s.r.l.” passarono uomini e mezzi alla “P.D.F. s.r.l” (Pietro, Donato, Francesco), quindi costituirono la “SE.LE.NI. s.r.l.” che divenne socio unico della “P.D.F.” al posto della “SCAVO-TER srl”, ed ancora, quindi, nel 2013 procedevano con l’intestare le quote e cariche della “SE.LE.NI. s.r.l.” al nipote CRIACO Giuseppe ed al loro storico dipendente Geom. CASANOVA Remo.

Un’operazione compiuta in più fasi che si concatenavano e che non veniva nemmeno negata. Anzi, in talune dichiarazioni del FOTIA Pietro, appariva persino rivendicata. Fare carta straccia delle interdizioni antimafia ed al contempo evitare le possibili conseguenze del procedimento aperto per le misure di prevenzione personali e patrimoniali che i FOTIA sapevano essere stato avviato dall’Autorità Giudiziaria.

Questa operazione, a fronte dell’indagine della Direzione Investigativa Antimafia di Genova, ha portato nel 2015 al sequestro delle imprese “schermate” con cui i FOTIA volevano continuare ad operare indisturbati negli appalti pubblici. Valore del sequestro circa 10 milioni di euro. Un provvedimento del GIP del Tribunale di Savona, confermato dal Riesame e quindi dalla Cassazione, che, lasciando fuori l’ormai decotta e svuotata “SCAVO-TER srl” che veniva restituita ai FOTIA, aveva ricostruito le condotte dei fratelli FOTIA.

Una ricostruzione investigativa dettagliata che aveva una premessa: il legame anche parentale dei FOTIA con le famiglie della potente cosca dei MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI [vedi qui il provvedimento di Sequestro del GIP di Savona].

Il Tribunale di Savona, con il GUP, nell’ottobre 2017 ha riconosciuto colpevoli i tre fratelli, Pietro, Donato e Francesco FOTIA, ed il loro nipote Giuseppe CRIACO, del reato di intestazione fittizia con condanne e decretata confisca dei beni già sottoposti a sequestro nel marzo 2015. Pietro FOTIA è stato condannato a 1 anno e 10 mesi mentre Francesco e Donato FOTIA ed il nipote Giuseppe CRIACO ad 1 anno ed 8 mesi.

L’accusa si è dimostrata solida, anche perché risultavano persino palesi ammissioni, soprattutto per voce del Pietro FOTIA, del fatto che quelle imprese, formalmente passate alla gestione di “altri” erano di fatto sempre loro, sempre facenti capo al dominus FOTIA Pietro, e che tali modifiche societarie era state messe in atto, con più azioni, per poter continuare ad acquisire commesse pubbliche nonostante le misure interdittive antimafia, nonché per evitare possibili conseguenze dal procedimento in corso per la richiesta di misure di prevenzione personale e patrimoniale.

La Corte d’Appello di Genova invece ribalterà il giudizio ed a gennaio 2019 mandava assolti tutti gli imputati, restituendo loro anche i beni, per circa 10 milioni di euro, sequestrati. Un provvedimento quello dei giudici d’Appello di Genova, ora annullato dalla Cassazione, che accoglieva totalmente la tesi della Difesa dei FOTIA, arrivando ad una surreale considerazione dei fatti. Nel giudizio cassato dalla Cassazione con la sentenza dello scorso 9 ottobre, i giudici d’appello di Genova infatti sostenevano non solo che l’elusione della misura interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Savona (e confermata dal Consiglio di Stato) non può considerarsi un reato, affermando che le interdittive aggirate con l’intestazione fittizia erano «volte ad impedire che determinati soggetti – espressione di ingerenze della criminalità organizzata – possano avere rapporti contrattuali con la P.A.» ma non avevano carattere patrimoniale. Ancora, nel giudizio d’appello censurato dalla Cassazione, con l’annullamento della Sentenza del gennaio 2019, i giudici d’appello sostenevano che non essendo state poi adottate misure di prevenzione patrimoniali a carico dei FOTIA (al termine del lungo e tortuoso iter giudiziario, peraltro ancora non conclusosi, come scrivono i giudici d’appello), non si può considerare il dolo specifico del reato finalizzato ad eludere le misure di prevenzione patrimoniale. Tutto ciò ignorando che quando i FOTIA (con il CRIACO ed il CASANOVA) hanno avviato quella serie di azioni ed atti volti a schermare la titolarità in capo ai FOTIA delle imprese l’esito futuro del procedimento per le misure di prevenzione era ovviamente sconosciuto. Non solo il fatto che fosse palese la volontà dei FOTIA perseguita con l’intestazione fittizia, e che tale elemento fosse anche ammesso dal CASANOVA Remo in dichiarazioni spontanee alla Polizia Giudiziaria («egli aveva riferito che FOTIA Pietro gli aveva proposto di assumere la qualità di socio per 1/20 delle quote della SE.LE.NI., società che deteneva l’intero capitale sociale della PDF, in quanto “doveva togliere i propri fratelli dalla proprietà della PDF, per loro problemi legati alla giustizia e all’esclusione degli appalti pubblici che era scaturita da alcuni provvedimenti prefettizi antimafia”»), secondo i Giudici d’Appello è elemento che esclude il carattere fraudolento dell’intestazione fittizia, anche perché era comunque palesato dal FOTIA Pietro che fossero comunque loro i reali titolari e gestori delle imprese che, fittiziamente, venivano intestate a terzi per “schermare” i nominativi dei FOTIA dalle compagini societarie.

Pietro FOTIA annunciava quel giudizio come pietra tombale sulle inchieste che avevano scoperchiato gli affari dei FOTIA e le loro relazioni. Ma invece quel pronunciamento a loro favore della Corte d’Appello di Genova è stato ora annullato dalla Suprema Corte di Cassazione, Seconda Sezione, con la Sentenza 2477/2019 del 9 ottobre 2019, che cancellando le assoluzioni d’appello ha disposto un nuovo processo d’Appello (le motivazioni saranno note a 90 giorni dalla sentenza). Si riparte quindi dalla sentenza di condanna (e confisca) di primo grado e dai rilievi della Cassazione sfavorevoli ai FOTIA...

Nel frattempo i tre fratelli FOTIA hanno visto i loro amici cadere in disgrazia.

I PELLEGRINO, che Pietro FOTIA difendeva con decisione («persone non per bene ancora di più, le più serie persone che venivano a lavorare… si si si… molto serie»),che dopo la confisca definitiva decretata dalla Cassazione dei beni a Roberto, Giovanni e Maurizio (gli ultimi due anche sottoposti alla misura della sorveglianza speciale qualificata, non applicabile a Roberto in quanto trasferitosi in territorio straniero prima del pronunciamento della Cassazione), si sono visti condannare, insieme al BARILARO Antonino, nel nuovo processo d’appello per il procedimento “LA SVOLTA”, dopo che Cassazione aveva annullato le loro assoluzioni emesse dalla Corte di Appello di Genova.

I GULLACE-FAZZARI, che Pietro FOTIA ancora difendeva con decisione («Io conosco tutti. Carmelo GULLACE è un’ottima persona, per quello che mi riguarda me, e per come io ho la mia conoscenza... Carmelo, la moglie, i suoi... per quello che li conosco io sono persone ottime, splendide»), nelle more del processo “ALCHEMIA”, hanno visto l’adozione anche alla misura del sequestro finalizzato a confisca delle imprese (che si aggiunge al sequestro preventivo già disposto dal GIP di Reggio Calabria per tutti i beni della cosca), ed hanno visto già colpita – nel parallelo procedimento “ALTO PIEMONTE” della DDA di Torino - con Sentenza della Cassazione la propaggine del sodalizio che faceva capo alla locale “competente” sulle province di Biella e Vercelli, attivata proprio da GULLACE Carmelo.

L’amico MAMONE Gino (i cui rapporti consolidati di FOTIA Pietro erano stati documentati dal GICO di Genova con l’inchiesta “PANDORA”), con il fratello Vincenzo, ha visto emesse le condanne in primo grado insieme ai cumpari RASCHELLA’ per corruzione dei funzionari della società pubblica “AMIU Spa”, nell’ambito dell’indagine “ALBATROS”, mentre è in corso il processo ad Alessandria per la maxi inchiesta “TRIANGOLO” (sempre della DDA di Torino) relativa al traffico e smaltimento illecito di rifiuti che aveva come principale epicentro le cave-discariche nel tortonese facenti capo al noto RUBERTO Francesco, già sottoposto a misure interdittive e preventive in quanto strettamente legato al contesto ‘ndranghetista ed “a servizio” delle ‘ndrine di Liguria, Piemonte e Lombardia.

Anche l’avvocato MAMMOLITI Giuseppe, detto “Pino”, che i FOTIA avevano selezionato direttamente dall’ufficio nel versante jonico della Calabria, e che giunto in Liguria ha promosso un azione mediatica volta a screditare la Direzione Investigativa Antimafia e la Procura della Repubblica di Savona, oltre che, ovviamente, la Casa della Legalità ed il suo presidente, è finito indagato dalla DDA di Reggio Calabria nel procedimento “MANDAMENTO IONICO” e condannato, in primo grado, con rito abbreviato, alla pena di 3 anni di reclusione.

Sui FOTIA, nell’ambito del citato procedimento “ALCHEMIA”, con dibattimento in corso davanti al Tribunale di Palmi, è emerso un riscontro non secondario e nuovo relativamente a quella giornata del febbraio 2009 in cui si recò, con il padre Sebastiano al funerale del FAZZARI Francesco a Borghetto Santo Spirito.
La Squadra Mobile di Savona, che monitorava il funerale del FAZZARI («ritenuto elemento di spicco delle famiglie RASO-ALBANESE-GULLACE»), scriveva a conclusione della propria Relazione di Servizio: «Poiché quasi tutti i personaggi presenti al funerale sono da ricondurre alla cosca della ‘ndrangheta RASO-GULLACE-ALBANESE (piana di Goia Tauro) cui fanno parte, come visto, anche la famiglia FAZZARI e la famiglia MAMONE di Genova (MAMONE Luigi è coniugato con RASO Alba appartenente all’omonima famiglia), assume una particolare rilevanza la presenza di FOTIA Sebastiano e di suo figlio Pietro alle esequie in ragione della loro appartenenza ad una cosca diversa (MORABITO – PALAMARA – BRUZZANITI), avente come zona di influenza la costa jonica calabrese. Altro elemento saliente della presenza dei FOTIA è dato dalla circostanza dell’incontro verificatosi tra questi ultimi e i succitati MAMONE Luigi e MAMONE Antonino e, subito dopo, tra gli stessi FOTIA Sebastiano e MAMONE Luigi che si trattengono a parlare, da soli, per alcuni minuti».
Guardando con attenzione le foto scattate dalla Squadra Mobile di Savona, agli atti del procedimento “ALCHEMIA”, su iniziativa della Casa della Legalità, è stato riscontrato che a quella riunione tra i FOTIA e MAMONE indicata nella Relazione di Servizio che abbiamo appena richiamato, vi era anche la partecipazione del capo-locale di Ventimiglia MARCIANO’ Giuseppe detto “Peppino”, unitamente al figlio Vincenzo. Quel MARCIANO’ Giuseppe che in tale occasione si mostrava in assoluta confidenza, tanto da abbracciarlo, proprio con il FOTIA Pietro, è lo stesso MARCIANO’ che, intercettato nell’ambito dell’inchiesta “LA SVOLTA” (con condanne già definitive per 416-bis per i componenti della locale di Ventimiglia facenti capo proprio al MARCIANO’), affermava di aver fatto avere lavori ai FOTIA nell’ambito dei Porticcioli imperiesiMARCIANO’ G. dice che stamattina la magistratura ha disposto altre perquisizioni a Imperia e chiede a SOTTILE chi siano i Calabresi che avevano lavorato al Porto di Imperia che hanno l'impresa. SOTTILE risponde che si tratta dei Pellegrino, MARCIANO’ G. specifica che si tratta di uno di Cipressa ma che non ricorda il nome. SOTTILE suggerisce possa trattarsi di Fotia, MARCIANO’ G. non sà se possano essere loro anche perchè quella famiglia opera a Savona dopo Albenga, anche se una volta gli ha fatto prendere un po' di lavoro, MARCIANO’ G. dice testualmente: "...ma una volta lo hanno fatto un pò di lavoro che l'ho mandato io a Fotia al porto (...inc...) capisci...appena hanno fatto...incominciarono il porto l'ho mandato da una parte ed è andato a fare qualche lavoro (...inc..) pure a Ospedaletti.. a Ospedaletti hanno messo..."»- ambientale abitazione famiglia MARCIANO’ del 27.01.2011).

Ed ancora, se a distanza di 10 anni da quel funerale, la morte del FAZZARI ha rivelato un nuovo elemento significativo, anche la più recente morte di FOTIA Sebastiano rivela un altrettanto significativo elemento. FOTIA Sebastiano è stato infatti tumulato nella sua città natale, Africo, nella tomba di famiglia dei BRUZZANITI (foto a lato)… quei BRUZZANITI della cosca MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI. Quando si è documentata tale circostanza nel 2018, nella stessa imponente tomba di famiglia dei BRUZZANITI, con il Sebastiano, risultava tumulato anche BRUZZANITI Giuseppe. Questi era sposato con MORABITO Maria (nata il 25.05.1936, figlia di MORABITO Leone nato il 24.04.1910 e TALIA Domenica nata il 18.12.1915; sorella, tra gli altri, di MORABITO Rocco - nato il 11.05.1951 - ritenuto organico della cosca MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI); la loro figlia BRUZZANITI Francesca risulta essersi coniugata con quel MARCIANO’ Alessandro imparentato direttamente alla cosca MORABITO capeggiata da MORABITO Giuseppe, alias “u tiradrittu”...» e legato alla cosca dei CORDI’ di Locri) che è stato condannato (con Sentenza passata in giudicato) all’ergastolo quale mandante dell’omicidio di FORTUGNO Francesco (per il medesimo omicidio vi era già stata Sentenza definitiva della Cassazione, con condanne all’ergastolo, a carico del figlio MARCIANO’ Giuseppe oltre che di RITORTO Salvatore e AUDINO Domenico).

A questo quadro si deve aggiungere che nel 2018 è giunta conferma definitiva da parte della Cassazione (Sent. 57784/2018) della condanna a carico di FOTIA Francesco e del CRIACO Giuseppe (entrambi a 2 anni di reclusione e per il solo CRIACO la sospensione della pena), unitamente al BARBINO Igor (a due anni e sei mesi), per i fatti relativi alla tentata estorsione in concorso di 50.000 euro, con ripetute minacce, promossa ai danni di Enrico Dodero.

Non si può non richiamare, anche se sinteticamente, due altri elementi di aggiornamento sul contesto dei FOTIA.

Il primo è relativo al procedimento per bancarotta per distrazione a carico dei tre fratelli FOTIA per la sottrazione di fondi dalla società “SCAVO-TER srl”, dichiarata fallita nell’aprile 2016. Per questo procedimento il GUP di Savona ha disposto il rinvio a giudizio di Pietro, Donato e Francesco.

Il secondo invece è relativo ad una nuova impresa ed alle concessioni pubbliche che erano in capo alla “SCAVO-TER srl” soggetta ad interdittiva antimafia e che, per effetto di questa – confermata dal Consiglio di Stato, avrebbero dovuto vedere la SCAVO-TER impossibilità a contrattare con la P.A. e, quindi, mantenere in essere rapporti di concessione da parte della P.A.

Tra il 12 e 30 settembre 2014 la società “R.M.I. s.r.l.” (che aveva ceduto il ramo d’azienda della Cava di Rianazza di Cosseria alla “SCAVO-TER”) diviene di proprietà di PEDRETTI Dionigi e ROSSO Simona. Il primo operava già nella “SCAVO-TER” dei FOTIA, così come la ROSSO (sia nella SCAVO-TER che nella P.D.F.) che risulta anche la nipote del FOTIA Sebastiano e cugina dei fratelli FOTIA. Sempre il 30 settembre 2014 la sede della società si trasferisce da Cairo Montenotte a Torino e cambia anche denominazione diventando “REBIRTH s.r.l.”. Questa ditta “torinese” la troveremo poi a breve operare in un subappalto per UNIECO relativo ai lavori di costruzione del nuovo blocco operatorio dell’Ospedale San Martino di Genova, così come in altri cantieri nel savonese.
Questa nuova impresa è la protagonista anche di altro.
Se la “SCAVO-TER s.r.l.” alla luce della misura interdittiva antimafia del 2012 avrebbe dovuto vedersi revocata la concessione della cava Rianazza (così come è stato ad esempio per l’impresa interdetta ai GULLACE-FAZZARI relativamente alla concessione regionale della cava Camporosso a Balestrino – SV), ma invece di procedere con la revoca, in questo caso, la REGIONE LIGURIA da il proprio nulla osta ed autorizza il passaggio di concessione pubblica dalla (interdetta) “SCAVO-TER” alla “REBIRTH s.r.l.”.
Ancora, sempre la “SCAVO-TER s.r.l.”, sempre alla luce della misura interdittiva antimafia del 2012, avrebbe dovuto vedersi revocata la concessione di un terreno del COMUNE DI VADO LIGURE e le autorizzazioni della PROVINCIA DI SAVONA per il Centro Recupero Inerti con sede a Vado Ligure. Invece no. Anche qui il COMUNE DI VADO LIGURE rinnova il contratto di affitto del terreno e poi, con la PROVINCIA, avvalla la richiesta di passaggio delle Autorizzazioni per detto impianto dalla (interdetta) “SCAVO-TER s.r.l.” alla “REBIRTH s.r.l.”.

La Casa della Legalità segnalerà e documenterà tali vicende (ed altre) alla Procura di Savona ed alla Direzione Investigativa Antimafia, nel 2015.
Nel 2016 a fronte dell’attività investigativa della D.I.A. la Prefettura di Torino adotterà un provvedimento di diniego all’iscrizione della “REBIRTH s.r.l.” alla White List, proprio perché tale società è emersa fare capo – ancora una volta – a Pietro FOTIA.

La “REBIRTH s.r.l.” impugnava quindi il provvedimento prefettizio davanti al TAR chiedendone anche la sospensiva cautelare (con procedimento 749/2016 Reg. Ric. TAR Piemonte). I Giudici del T.A.R. Piemonte il 14 settembre 2016 respingevano la richiesta di sospensiva con provvedimento 314/2016. Il 6 dicembre 2017 lo stesso T.A.R. del Piemonte pronunciava Sentenza di merito (n. 436/2018) con cui, confermando la fondatezza del provvedimento prefettizio e richiamando tra l’altro la legittimità dell’interdittiva antimafia già posta in essere nei confronti della “SCAVO-TER s.r.l.”, respingeva il ricorso della “REBIRTH s.r.l.” confermando il provvedimento della Prefettura di Torino, adottato sulla base delle Informative della Direzione Investigativa Antimafia.

 

 


 

 

Servizio TG3 sul sequestro da 10 milioni di euro ai FOTIA (2015)

 

Savona - Condannati i FOTIA per intestazione fittizia (2017)

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