Cammino - Vento di Primavera

Scritto da F. Alberti d'Enno

"A Giuseppe Garibaldi. Gli abitanti di Rivarolo Ligure".

Fissavo l’insegna in marmo sulla parete della Circoscrizione, e pensavo a questa austerità di periferia, così lontana dai saloni istituzionali della Grande Genova: una solennità di seconda mano, un po’ naif nella sua dignità, rustica e polverosa...

 

C’è sempre qualcosa di magico, nel giungere in anticipo a un evento: è come quando dall’orizzonte di un cielo carico di nuvole nere vedi spuntare il fronte del sereno, e ti metti lì, ad aspettare che il vento faccia il proprio dovere.

Gurfata, si chiama. Vuol dire Libeccio. Sono i ragazzi di Locri, che hanno deciso di non chinare la testa di fronte alla violenza e alle intimidazioni della criminalità organizzata, e ora girano l’Italia per trasmettere un messaggio, rivoluzionario nella sua semplicità: uniti si può sconfiggere la mafia.

E a vederli lì, in quella sala, a cantare e ballare al ritmo di una tarantella, non puoi fare a meno di pensare a quanto sia necessario, questo vento pulito (pulito: non credo ci possa essere aggettivo più calzante), per rompere ogni etichetta e, allo stesso tempo, restituire all’Istituzione un significato autentico.

Si raccoglie il senso di una sfida vera, che va oltre la testimonianza, pur doverosa: perché la mafia non te la raccontano, ma te la trovi sotto casa anche qui, a Genova, infiltrata tra i banchi di un mercato di periferia, nelle stanze di associazioni perbene (areare il locale prima di soggiornarvi, verrebbe da dire), nelle imprese che ricevono appalti milionari per poi abbandonare fusti tossici sulle alture del quartiere. C’è un muro da scalfire, fatto di silenzi, paura, quieto vivere, indifferenza: una polvere sottile che si posa sulle strade di un territorio problematico e lo deturpa.

 

Non te lo dicono, i ragazzi della Gurfata, non ne hanno bisogno: ma ti basta vederli, per capire che questa partita si può vincere, ma solo a saper risvegliare valori profondi. E sentimenti, pure, ché per uscire da un grigiore che odora di morte c’è bisogno di qualcosa che colori davvero l’esistenza.

Allora l’allegria: ha il colore chiaro degli occhi di Nicola, che attraversa tutte le strade di Certosa sui trampoli, lanciando slogan e cori contro la mafia; è Serena che sorride con lo sguardo da dietro una maschera a forma di Luna; è un corteo di giocolieri, mangiafuoco, saltimbanchi, che per un giorno riempie di vita una piazza sottraendola al degrado.

La speranza è il sorriso di Elisabetta (ma se le chiedi il nome, te lo dice tutto d’un fiato "ElisabettaLibera", e aggiunge pure il cognome), quattro anni e mezzo: figlia di Patrizia, l’anima della Gurfata, cammina per mano alla mamma dietro a uno striscione più alto di lei. "Vogliamo Crescere in una Terra Libera", c’è scritto. Detto da qualcuno, può sembrare un’illusione; detto in molti può davvero essere un giorno nuovo che incomincia.

La tenacia ha il volto emozionato di Christian, e lo sguardo affaticato ma mai spento di Simona: l’hanno voluta con tutte le loro forze, questa giornata. E adesso, davvero, non sono più soli, a gridare nelle strade della "piccola Riesi" che sì, è possibile alzare la testa, non avere paura della mafia, e sconfiggerla.

L’emozione ci sta tutta, nelle tre parole di Nilde ("la Casa della Legalità di Firenze", in piazza con la figlia Maria Gabriella, subito ribattezzata "la Mansarda della Legalità di Firenze"). "Amo questi ragazzi", ha detto. Davvero non c’era bisogno di aggiungere altro.

L’indignazione vibra, nelle frasi di Rosanna: e se un paio di occhiali scuri possono nascondere gli occhi lucidi, è la voce che trema, a restituirti tutta la sua rabbia. Perché anche quella ci vuole. Non usa mezzi termini, Rosanna; arriva dritta al cuore e ti obbliga a guardarci dentro: ti parla del padre magistrato, assassinato dalla mafia quando lei aveva sette anni; dei tanti, troppi anni di solitudine e abbandono da parte delle istituzioni; grida contro la brama di denaro e di potere, terreno maledetto in cui la mafia affonda le proprie radici. Ma alla fine ti consegna una speranza, cresciuta attraverso l’incontro quasi casuale con quei ragazzi che oggi hanno camminato assieme a te. Ha ventidue anni, Rosanna, un sorriso dolce e tanta forza: "non auguro a nessuno di capirmi", sussurra. E allora comprendi che quella speranza davvero non va delusa: non solo per lei, ma per il futuro.

 

E alla fine ci sei tu, che ormai dovresti essere abituato a parlare in pubblico, ma che cedi dopo una giornata di emozioni intense, e ti trema la voce e la mano in cui tieni il foglio col saluto di Nonna Betta. Sono le parole di Antonino Caponnetto.

 

È arrivato il momento di dire a voce alta:

basta a chiunque opprime l'uomo ed ogni altro essere del creatore;

basta a che la parte ricca del mondo per "mangiare" affama la povera;

basta con le multinazionali che violano le più elementari regole del diritto;

basta con una guerra all'anno;

basta con i campi di concentramento;

basta con le bidonville;

basta con le dittature;

basta con la mafia.

Riscopriamo i valori fondanti dell'uomo.

 

La sera è magica, nella piazza di Certosa: fuochi, balli e canti sfrattano per una sera il ricettacolo del malaffare dal proprio territorio. C’è un telo per terra, e i ragazzi della Gurfata ci danzano sopra. Tu tieni in braccio Elisabetta, che ti spiega i passaggi dello spettacolo (e intanto racconta – lei a te! – la favola di Raperonzolo, e Biancaneve, e una fantomatica Biancaneve 2).

Pensi che tutto ha, per una volta, un senso. E sorridi.

 

La mattina dopo il pullman della Gurfata parte per Firenze. Abbraccio Enrico, che ha gli occhi lucidi.

Ma, davvero, non è il caso di piangere. La Primavera è appena iniziata.

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