Prostituzione: non demagogia o superficialità, chiediamo al Comune un confronto serio

Scritto da Ufficio di Presidenza

NOTA STAMPA dell’Ufficio di Presidenza

Il contrasto alla prostituzione non è demagogia o superficialità
Chiediamo al Comune un confronto serio con la società civile...



[con i link al documento del Gruppo Abele ed al Protocollo contro la tratta di Torino]


Il contrasto alla prostituzione non può essere affrontato in modo demagogico o superficiale.

Si tratta di affrontare le mafie, italiane e straniere, che con la forza piegano la volontà di esseri umani (anche minorenni!) per sfruttarli nel mercato del sesso. Perché non affrontare a viso aperto questo? Perché nascondersi dietro i termini “racket”? Iniziamo a chiamare le cose con il loro nome: il racket della prostituzione, la tratta degli esseri umani, la riduzione in schiavitù di donne e uomini per sfruttamento sessuale o lavoro nero, sono attività delle mafie! Che queste attività vengano svolte anche a Genova è una realtà, negarla non aiuta a risolvere il problema, bensì aiuta le mafie!

Occore quindi agire per coordinare e rafforzare quelle realtà esistenti ed operanti sul territorio per entrare in contatto con queste vittime ed aiutarle ad uscire dalla condizione di schiave e schiavi. La legge offre possibilità concrete per andare in questa direzione. Serve sostenere questo percorso, serve dare maggiori strumenti, serve allargare il fronte di chi opera in questa direzione. Facendo questo, inoltre, si aprono le possibilità di raccogliere testimonianze utili ad aiutare la magistratura a colpire i trafficanti e gli sfruttatori di esseri umani. Le campagne demagogiche, invece, non aiutano e rischiano di complicare la realtà se vengono adottati provvedimenti dettati da populismo o superficialità. Non è allontanando dalla vista o dalle cronache dei quotidiani la vista del problema che il problema, anzi il dramma, si risolve, tutt’altro!

Ma affrontare il problema della prostituzione vuole anche dire prendere coscienza che vi sono donne o uomini, che scelgono la prostituzione liberamente. Demonizzare questa scelta o costringerla in clandestinità non risolve il problema, anzi può aprire la strada a drammi ulteriori, proprio come il vedere questa libera scelta in un’ottica di pura questione di sicurezza e di ordine pubblico. Serve il dialogo, serve capire le ragioni, serve, quindi, non nascondersi (o nascondere) questa realtà. Molte sono le soluzioni provate e quella che ha dato migliori risultati è stata quella della zonizzazione, perseguita con il dialogo tra amministrazioni, associazioni e prostitute.

Il Gruppo Abele ha lavorato molto su tutto questo e crediamo che il documento che ha realizzato sia, oltre che pienamente condiviso (da noi certamente lo è!), anche il punto di partenza per operare ed agire concretamente.
Inoltre il Gruppo Abele, con altre decine di realtà sociali e le Istituzioni torinesi (comune e provincia) hanno redatto un patto di intervento concreto contro la “tratta”. Su questo modello di intervento chiediamo che si lavori anche a Genova, come nelle altre città (clicca qui). Noi ci siamo, come siamo certi ci saranno gli altri soggetti interessati ad affrontare seriamente questo dramma. Per questo chiediamo all’Amministrazione Comunale di Genova di indire un incontro con tutte le associazioni e le comunità impegnate su questo terreno e che vogliono impegnarsi per arrivare anche a Genova ad un “protocollo” di azione, in cui ci si sporca le mani e si affronta la realtà.

PS
A Genova esistono diversi soggetti sociali, praticamente tutti cattolici, che operano seriamente per il reinserimento sociale delle ragazze sottratte al mercato della prostituzione. La Comunità di San Benedetto al Porto di don Andrea Gallo, da sempre è impegnata per dare ascolto e aiuto a queste ragazze, ogni notte. Ed è la Comunità di Don Andrea Gallo che sta lavorando per comprare (perché il Comune non ne assegna uno o più, gratuitamente???) un appartamento adeguato per ospitare le ragazze “liberate”. Vi è la Papa Giovanni XXIII impegnata sullo stesso terreno, come anche ad esempio la Fondazione Auxilium. Perché non partire da qui? Le multe non servono! Serve entrare in contatto, far capire che “ci si può fidare”, per far sì che la mano tesa venga afferrata. Questo è ciò che ci insegnano queste esperienze concrete. Certo non si confà ai proclami sui giornali o spot elettorali, ma davanti ai drammi umani ci vuole umiltà e serietà! Bisogna sporcarsi le mani e non parlare di “onorabilità” della città violata o telecamere intelligenti! Se le vittime della tratta non si fidano della possibilità di uscirne e di una vita dignitosa, allora ogni tentativo di contatto sarà spezzato e se una strada sarà sotto controllo, ne saranno occupate altre, saranno costrette nei bassi (come quelli confiscati in Vico delle Mele al clan di Piddù Madonia e mai assegnati dal Comune!) o in appartamenti, rendendo la “liberazione” più difficile, se non impossibile!

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