Cammino contro le mafie 2007 - 19 maggio 2007

Scritto da Ufficio di Presidenza

 Lo scorso anno lo avevamo annunciato: non sarebbe rimasto un appuntamento isolato ma costante.
Ed allora eccoci con i principali appuntamenti di questo secondo anno, organizzati dalla “Casa della Legalità e della Cultura” – Onlus della Sicurezza Sociale, legata a “Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, a “Riferimenti – coordinamento nazionale antimafia”, alla “Fondazione Caponnetto” ed al “Centro Sportivo Italiano”, che promuove, tra l’altro, le attività dell’Osservatorio sulla criminalità e le mafie e dell’Osservatorio sui reati ambientali.
La mafia non è solo al sud, è nel nord e centro del paese, è anche in Liguria (in tutte le province), che ricicla ed investe il denaro sporco, che persegue un sempre maggiore controllo di pezzi sempre più ampi di territorio per garantirsi il proliferare delle sue tradizionali attività illecite (traffico e spaccio di droghe e sostanze dopanti, gioco d'azzardo e scommesse clandestine, pizzo-estorsione e usura, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione, il caporalato ed il lavoro nero, sofisticazione alimentare – contraffazione e vendita abusiva, traffico d’armi e di rifiuti, condizionamento degli appalti pubblici e dell’economia).
Tacere questa realtà è rendersi complici, perché le mafie si nutrono, prima di tutto, del silenzio. Parlarne, aiuta a rompere l’omertà, esorcizza la paura e fa emergere le mafie dall’insabbiamento che queste hanno saputo costruire, per essere invisibili. Alle mafie italiane, si sono aggiunte le mafie straniere, spesso usate da manovalanza, ma non estranee agli equilibri che danno i tradizionali sodalizi mafiosi italiani come i registi permanenti.
In Liguria, per esempio, su 26 beni confiscati, solo tre sono stati assegnati. La percentuale più bassa d’Italia (insieme al Molise che però conta solo 2 beni confiscati), guardando ai dati ufficiali del Demanio, al dicembre 2006, pubblicati da Libera.
Occorre invertire la rotta da subito. Le mafie ci sono, sapendolo le si può combattere, senza lasciare come unico contrasto quello giudiziario della repressione. L’aspetto civile e culturale di contrasto alle mafie è vitale per sconfiggerle...



”rinnovando la memoria e l’impegno,
per la solidarietà alle cooperative di LiberaTerra”

 L’incontro presso il Teatro degli Zingari della Comunità di San Benedetto è stato vero. Per la verità era già iniziato…la sera prima presso la Comunità , dove si è condivisa la cena, la poesia, la musica e le storie con i ragazzi di don Andrea, Liliana, Giovanna e Maria Grazia. In un "cammino" in direzione "ostinata e contraria" non potevano mancare le parole di Faber, che ci hanno accompagnato e ancora ci accompagnano. Abbiamo incontrato anche due ragazzi che vengono dal Gruppo Abele di Torino e tanti altri con storie che devono essere ascoltate ed una umanità e dignità, una forza ed una comprensione, superiori.
La mattina nonostante la stampa cittadina abbia boicottato quasi unanimemente l’incontro (solo poche righe su Repubblica e nessuno spazio su Il Secolo XIX che ha dedicato ampie pagine, nella giornata, al “sogno” delle diciottenni: donarsi un nuovo seno), è stato un momento di riflessione e di impegno concreto.

 Carlo Barbieri, l’autore del libro “Le mani in pasta” dedicato alle esperienze delle cooperative di Libera Terra, ha parlato della straordinaria ricchezza che l’incontro con i ragazzi delle terre liberate dalle mafie gli ha donato. Si è soffermato molto sui rischi dell’indifferenza, ed ha spiegato perché occorre sostenere sempre queste positive esperienze di cooperazione. Da “vecchio” uomo delle cooperative ha evidenziato con nettezza quanto le esperienze di Libera Terra abbiano riportato quella carica civile ed umana che il movimento cooperativo aveva perso con il passare degli anni. Ci ha ricordato che è essenziale non tacere mai e quanto siano pericolosi gli atti intimidatori compiuti dalle mafie a danno delle cooperative della Valle del Marro e di Lavoro e non solo. La simbologia mafiosa è chiara e l'intimidazione va ben oltre il danno materiale immediato. Occorre rispondere non solo con la solidarietà ma con concretezza e le Istituzioni devono dimostrare di esserci, non solo a parole ma con i fatti.

Giovanna Ruffin, criminologa, ha parlato dell’evoluzione delle mafie e soprattutto del ruolo assunto dalle donne. Se prima poteva essere visto come marginale, oggi è centrale, non solo per il “passaggio” delle informazioni con e dal detenuto soggetto al 41bis, ma più in generale per la complessiva gestione dell’organizzazione mafiosa. Ha spiegato delle differenze tra le mafie italiane. Cosa Nostra e ‘Ndrangheta da un lato e Camorra dall’altro, perché in questa non esistono “vertici”. Ha spiegato perché se per colpire Cosa Nostra si è potuto “contare” sui collaboratori di giustizia, per colpire la ‘Ndrangheta su questo non si può contare, in quanto l’organizzazione famigliare e l’alleanza delle ‘ndrine, difficilmente consente “dissociazioni”.
Ha sottolineato che nel momento in cui nessuno pagherà più il pizzo alle cosche, allora la mafia imploderà, perché verrà meno il controllo del territorio che, attraverso questo, attua per rafforzarsi e difendersi. Nel momento in cui il “pizzo” sarà rifiutato significa che si è rotta definitivamente l’omertà che protegge la mafia.

 Maria Grazia Santucci, criminologa, che ha studiato il caso dell’omicidio di Massimiliano Carbone, ha scelto di seguire la vicenda perché Liliana Carbone rappresenta la possibilità di cambiamento e perché Liliana è una “scheggia” nella Locride. Si è concentrata nello spiegare il perché, ha ricordato che Liliana dal primo momento ha chiesto verità e giustizia per un omicidio commesso da un criminale con il silenzio e la copertura dell’intero paese. Fatto tipicamente mafioso che ha, per la prima volta nella Locride visto una denuncia ferma alle autorità e pubblica. Liliana, ha sottolineato è una anomalia il suo trasformare il dolore per la perdita di un figlio e per i rischi per se, suo marito e gli altri suoi due figli, in impegno concreto per onorare la memoria di Massimiliano non ha mai avuto eguali in quella terra per questo meritava di essere sostenuta.

 Liliana Esposito Carbone, maestra elementare, mamma di Massimiliano vittima della ‘ndrangheta, ucciso nel 2004 a Locri. Insegnante fuori dal normale, una donna che ha sempre portato avanti il concetto di legalità attraverso la sua attività di educatrice ancora prima di vedere il suo primogenito colpito e dopo sei giorni morire per un attentato con un fucile a canne mozze. Il primo omicidio nella Locride che ha dato il via alla mattanza, che ancora oggi continua, e che solo dopo l’omicidio di Fortugno quella drammatica realtà è stata conosciuta dall’Italia. Liliana ha ripercorso tutta la tragedia che il 24 settembre ha colpito tutta la sua famiglia, sino al giovedì santo in cui “Massimiliano ha urlato la verità” lui “testimone di Giustizia”. Ha raccontato degli attacchi, delle infamanti accuse di cui è stata oggetto, ha ricordato di come è stata richiamata perché “ha spaccato il fronte delle vittime”, vedendosi rifiutato il consenso sociale in quanto “non si è mostrata né piangente né dolente”. Ha ripercorso anche le tappe della battaglia per la verità, la giustizia e la sicurezza nella Locride. Da quando ha invitato il signor Prodi a non darsi pena per far portare qualche fiore sulle tombe delle vittime a quando ha ribadito che non ci sono e non ci devono essere vittime di serie A e altre di serie B, ha ricordato la lontananza di certe Istituzioni come quelle che, ad esempio, alla famiglia Vettrice, vittima di lupara bianca hanno offerto come aiuto un mutuo a tasso agevolato per la madre e i suoi tre bambini. Ha però ricordato lo straordinario impegno di molti uomini dello Stato. “Don Luigi è entrato nel cimitero di Locri con le braccia alzate, io vado ogni giorno sulla tomba di mio figlio Massimiliano e lì sono stata aggredita, qualcuno in quel cimitero entra con la macchina e la scorta  e il cimitero viene chiuso”. Qualcuno ha persino tentato di tenerla fuori da quel luogo sacro, ma con lei non ci sono riusciti.

Unica pecca di questo sabato di “cammino” è stato l’invito
“ignorato” dalle istituzioni e dai nostri futuri “dipendenti”, ma lo sapevamo che certi argomenti sono sgraditi. Il silenzio si sa è d’oro! L’unico che ha chiamato per salutare e ringraziare Liliana Esposito Carbone per il suo coraggio ed impegno è stato Enrico Musso. Tra le infinite fila dei candidati è intervenuto solo un “genovese” di origini calabresi che ha portato la sua testimonianza e che non ha voluto dire né nome né partito, perché, come lui stesso ha detto, non era lì per le elezioni. Crediamo che queste testimonianze siano importanti, come crediamo che sia importante la partecipazione di meet-up di Beppe Grillo e di un esponente di Emergency. Che i politici di professione ci siano rimasti male che lo scorso anno, alla vigilia delle elezioni, al “Cammino” li abbiamo fatti accomodare in coda al corteo e non li abbiamo fatti parlare, lasciando lo spazio, tutto, alle testimonianze ed all’impegno civile? Chissà, a noi non interessa se non hanno capito che devono ascoltare i cittadini e guardare ai fatti ed ai problemi, infatti solo tre candidati a Sindaco (Budria – “Città Partecipata”; Musso – indipendente del centro-destra; Trombetta – “PiGreco movimento per la partecipazione”) hanno sottoscritto l’atto di impegno, gli altri chi li ha visti?

Come lo scorso anno, anche questa tappa di avvio del Cammino, ha lasciato segni concreti. Questa prossima estate nei campi di lavoro in Sicilia e Calabria, vedranno - ci stiamo lavorando - la presenza dei ragazzi della Comunità di San Benedetto al Porto, che, ancora una volta, hanno detto "noi ci siamo" con Libera Terra. Grazie!

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