Rispondiamo (prima parte). La prima risposta è al FAMELI Antonio

Scritto da Ufficio di Presidenza

Il commendator Antonio “pinocchio” FAMELI ci scrive per dirci che lui non è mafioso, ribadendo che lui è vittima perché “persona molta perseguitata”, oggetto di malintesi e false accuse. Si lamenta che il Presidente della Casa della Legalità quando parla di lui usa “solo gli aspetti negativi” tralasciando gli aspetti “positivi”. Peccato che quelli “positivi” non esistano, o meglio esistono solo nella mistificazione dei fatti, campo in cui il FAMELI è abilissimo...

Il fatto che avesse contatti con soggetti delle forze dell'ordine e che facesse anche denunce, non è affatto “testimonianza” che esclude la mafiosità del FAMELI, così come non cancella in alcun i suoi legami con i GULLACE-RASO-ALBANESE, i PIROMALLI ed i PESCE. Conoscendo un minimo come funziona la 'ndrangheta, infatti, tale “uso” del rapporto con lo Stato, soprattutto da parte di soggetti che non solo sono legati alla 'Ndrangheta ma anche alla Massoneria, si è da tempo appreso essere pratica normale per le “regole” stesse della 'ndrangheta. Concessa quando ciò serve a tutelare gli interessi maggiori dell'organizzazione, perseguendone consistenti benefici.

Smentiamo quindi alla radice questa “linea difensiva” (sintetizzabile in: avendo avuto rapporti con uomini dello Stato non posso essere 'ndranghetista) usando alcuni passaggi provenienti da Atti giudiziari e risultanze investigative ampiamente riscontrate. Allo stesso modo smentiamo il suo negare e mistificare il rapporto consolidato con i GULLACE-RASO-ALBANESE, oltre che con gli altri esponenti 'ndranghetisti. Sono fatti ed Atti ormai consolidati, come anche più di recente riconosciuto dalle ultime inchieste della Procura di Savona che, ricordiamolo, hanno tratto impulso dalle nostre denunce pubbliche e formali presentate sul FAMELI e la sua rete di relazioni, prestanome.

 

1) Il rapporto con pezzi dello Stato, il “cantare” per portare beneficio alla 'ndrangheta, le “aggiustatine” dei processi.

Questo rapporto è per la 'Ndrangheta essenziale. E' storicamente provata non solo la rete di relazioni e interessenze con la politica, ma anche l'uso – soprattutto ai fini di quello che è stato definito “aggiustamento” di processi ed inchieste – dei rapporti con uomini dello Stato. Uno dei primi a sostenere l'esigenza di stringere questo rapporto con pezzi dello Stato fu il capo della cosca dei PIROMALLI, Mommo PIROMALLI, sostenuto dalle altre 'ndrine della Piana a legate al “casato” dei PIROMALLI, come i PESCE. Proprio quelle cosche a cui è risultato essere legato il FAMELI Antonio.

Per promuovere questo andare a “braccetto” con lo Stato, nella 'ndrangheta vi fu una frattura pesante, ma la decisione venne presa e, per perseguire l'obiettivo, venne “costituita” una nuova dote riservata agli 'ndranghetisti che potevano avere rapporti con uomini dello Stato e che, per meglio riuscirci, entravano in un'altra organizzazione: la massoneria. Siamo negli anni Settanta quando si inizia a sentire parlare di “Santa” e quindi di doppia affiliazione: alla 'ndrangheta ed alla massoneria.

Il collaboratore di giustizia Giovanni GULLA' raccontava:

La “Santa” appare una sorta di ara che consente contatti, rapporti e legami con altre organizzazioni di potere. Con la “Santa” la 'ndrangheta si apre al compromesso con poteri deviati delle istituzioni. Sino allo “sgarro” vi è il divieto assoluto di far parte di qualunque tipo di struttura pubblica, di avere parenti nelle forze dell'ordine e persino di avere tessere di amministrazioni pubbliche; i santisti, invece possono, e forse debbono, intessere rapporti con politici, pubblici funzionari, professionisti, massoni. Anzi, uno dei compiti principali dei santisti è quello di impadronirsi o infiltrarsi in enti pubblici, avvalendosi del consenso elettorale. E' evidente come con la “Santa” si siano stravolte le regole della mafia tradizionale, che pur continua a esistere come presupposto fondamentale per l'esistenza e il proficuo oprare della “Santa”. Il grado della “Santa” presenta una fondamentale peculiarità: è conosciuto solo ed esclusivamente alle persone che l'acquisiscono. Si crea una sorta di gruppo di mutua assistenza, nel senso che ogni situazione riguardante i santisti deve essere risolta all'interno della “Santa”. E' importantissimo sottolineare che la “Santa” rappresenta all'interno della 'ndrangheta uno stadio “occulto”, in quanto il relativo grado è noto soltanto agli altri santisti e nessun rilievo occupa all'interno delle gerarchie della 'ndrangheta. Per fare un esempio, se uno 'ndranghetista si presenta ad altri 'ndranghetisti di un altro “locale” deve palesare il suo grado, picciotto, camorrista, sgarrista, ecc., non anche quello di santista eventualmente ricoperto, che potrà rendere noto solo ed esclusivamente ad altri santisti. La “Santa” si spiega nella logica della “setta segreta”: si è inteso creare una struttura di potere sconosciuta agli altri per ottenere maggiori benefici. Il santista può anche non avere una struttura militare, può non essere, per esempio, un caposocietà; l'importante è che il santista abbia comunque una sua forza, per esempio, economica e politica, tale da poter apportare contributi o vantaggi in generale a tutte le strutture. Posso affermare con convinzione che la Santa, come setta segreta, è l'esatto corrispondente della massoneria “coperta” rispetto a quella ufficiale. In questo senso mi constano i rapporti interpersonali tra santisti e massoni di logge “coperte” e sovente i due gradi possono cumularsi in capo alla medesima persona. Va chiarito che l'appartenente alla 'ndrangheta non può essere massone, ma questo vale per la 'ndrangheta minore e la massoneria pubblica”.

Anche altri collaboratori così come intercettazioni hanno messo in evidenza questo “pezzo” di 'ndrangheta che, anche attraverso la massoneria, entra i contatto per acquisire favori, con pezzi dello Stato. Vediamone qualcuno.

Sebastiano ALTAMONTE, arrestato nella primavera del 2008 era consigliere comunale a Bova Marina in provincia di Reggio Calabria. Per la DDA che lo fa arrestare è “l'anello di congiunzione tra esponenti di spicco della criminalità organizzata e appartenenti al settore politico-amministrativo”. Intercettato, mentre parlava con la moglie in auto, affermava: “Detto tra noi, lui non è nulla capisci? Perché vi è la visibile e l'invisibile, capisci? Lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo in quella invisibile, capisci? … Gli invisibili siamo cinque e lui non lo può sapere, lo sanno solo nel “provinciale”, non lo sa nessuno, capisci? … C'è una che si sa e una che non la sanno, la sanno solo... se no oggi il mondo finiva; se non tutti cantavano, c'è la visibile e l'invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, colo chi è invisibile”.
Alla figlia Altamonte confiderà di essere iscritto alla Grande Loggia Regolare d'Italia.

Luigi BONAVENTURA, altro collaboratore di giustizia, sintetizzava un una frase quei rapporti tra pezzi dello Stato e 'ndrangheta: “I Servizi portano la guerra, i Servizi portano la pace”.

Gaetano COSTA, altro collaboratore di giustizia racconta:

Peppino PIROMALLI, persona a cui ero molto legata e che aveva una grande stima per me (e di cui anche adesso che ho deciso di collaborare con la giustizia, mi dispiace parlare) mi chiamò in disparte e mi disse che, poiché dopo qualche tempo, sarei uscito dal carcere, avrei potuto avere l'occasione di entrare a far parte della massoneria o, comunque, conoscere componenti di tale organizzazione che mi avrebbero potuto aiutare in tutte le mie esigenze, non ultima quella della cosiddetta “aggiustatina” dei processi. In particolare il PIROMALLI mi disse che mi dava una dote e mi precisò che se, un giorno uscito dal carcere, qualcuno si fosse avvicinato a me e mi avesse detto la frase “Conosci la famiglia dei muratori?”, avrei dovuto rispondere: “No, non la conosco, ma all'occorrenza l'abbraccerei in pelle, carne e ossa, giurando fedeltà al sacro ordine dei muratori” o comunque una frase del medesimo tenore. Io, ovviamente, essendo rimasto in carcere, non ho avuto modo di verificare personalmente l'affermazione di Peppino PIROMALLI.”

Francesco FONTI, collaboratore di giustizia, proveniente dal “locale” di Siderno racconta:

La “Santa”... non dà alcun conto delle sue decisioni, delle sue attività, al locale di appartenenza. Nessun affiliato di grado inferiore al santista può partecipare alle riunioni della Santa che si può quindi definire una élite della 'ndrangheta. Solo in pochi locali si riesce a costituire la “Santa”, come per esempio a San Luca, Platì, Africo, Gioiosa Ionica, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Bova, Palmi, Rosarno, Sinopoli e qualche altro...
Il tutto ha un evidente radice massonica e un profondo legame storico. I personaggi di riferimento dei santisti sono il generale Alfonso La Marmora come strategia di battaglia e il generale Giuseppe Garibaldi come combattente per la libertà e la giustizia. Il compito dei santisti non è d'azione, ma di pensiero e organizzazione”.

L'emergere di “talpe” che fanno uscire dai palazzi di Giustizia le informazioni sulle inchieste così da agevolare gli 'ndranghetisti sono ricorrenti. L'8 settembre 2009, intercettato, il boss Vincenzo MANDALARI, in Lombardia, affermava:

Guarda che ci sono due mandati di cattura, firmati già da due giudici, manca solo il terzo e siccome io conosco l'autista di un magistrato, stanno aspettando che lo firmi... e partono! Viene da là sotto, è una cosa che parte da là sotto, con l'accordo di qua di Milano, Legnano ed è sempre il soliti discorso di 'ndrangheta e di omicidi che ci sono stati. Io gli ho chiesto se c'erano i nostri nomi. Lui mi ha detto: i nostri nomi non c'erano, non ho avuto il tempo di chiedere così mi hanno dato l'ambasciata e così ve la porto subito.”

Carte di inchieste che escono e raggiungono gli occhi degli 'ndranghetisti perché qualcuno, nei Palazzi dove le inchieste vengono promosse, fa uscire le carte... Qualcuno perché ricattato o perchè comprato, qualcuno perché complice o contiguo, da Nord a Sud, anche in Liguria, come ha dimostrato quanto emerso dall'indagine "LA SVOLA", seguita dal pm Arena della DDA di Genova. Atti riservati di indagini in corso che finivano, tramite un "avvocato" savonese nelle mani delle cosche e quindi in quelle di PALAMARA e MARCIANO' nell'estremo ponente ligure. E' una storia di servitori infedeli dello Stato che, anche in Liguria, grazie alla ragnatela di relazioni costruite dalla 'ndrangheta, ha permesso (ed in parte permette) di eludere inchieste, di predisporre alibi, di occultare beni... di salvaguardare gli interessi mafiosi... Ed è chiaro che per avere "servitori dello Stato" che lavorino per la 'Ndrangheta, qualcuno con questi deve stringere e intrattenere rapporti per conto dell'organizzazione 'ndranghetista. Ma andiamo avanti...

Interrogato dai pm Alessandra Dolci e Ilda Boccassini, un altro collaboratore di giustizia, Antonino BELNOME, già capo-locale di Giussano raccontava non solo della 'ndrangheta e della sua struttura ed organizzazione ma anche dei rapporti con i “poteri forti”:

PM: Ritorniamo al discorso legato all'organizzazione 'ndranghetista?
B: Be' diciamo che a livello strutturale è come vi ho spiegato, poi si va più che altro per questioni... regole, ma a livello di struttura è quella lì la struttura. La struttura del “locale” con le doti interne nel “locale” e le doti fuori “locale”, però... cioè a livello di regole è uguale dappertutto, non c'è una diversità fra Nord e Sud.
PM: Chi detiene oggi le cariche, lei lo sa?
B: In che senso?
PM: Nel senso i rappresentanti della Piana, della Ionica e della zona di Reggio.
B: I rappresentanti sono come vi ho citato io, nel senso a livello... nel “padrino” ci sono questi qua che tengono questa carica, nella “Santa” ci sono... cioè ogni “copiata”, la “copiata” c'è uno che primeggia in quella dote, cioè quindi detiene quella carica. Per esempio parliamo della mia, del “padrino” chi la detiene è Nicola ALVARO, poi c'è Carmelo IAMONTE per quanto riguarda poi la Ionica la detiene Pietro COMMISSO. Queste sono le cose dove uno primeggia, non c'è un capo come vorrebbe intendere lei...
PM: No, io non intendo...
B: No, nel senso magari pensava che c'era il capo della 'ndrangheta, non esiste.
PM: Non esiste...
B: Non è che... voi avete arrestato per dire OPPEDISANO, ma OPPEDISANO non è il capo della 'ndrangheta. RIINA non è il capo della mafia, lo è diventato appropriandosene, se no c'era una commissione dove si sedevano quelli con le doti maggiori, quello che succede in Calabria, dove si prendevano decisioni e dove si prendono determinate... Per esempio in Calabria si riuniscono ma non per dire: “Cosa facciamo?”, cioè oppure: “Facciamo arrivare quel carico dalla Colombia”. Si riuniscono esclusivamente per scegliere le cariche e le “copiate”, non per stabilire: “Cosa dobbiamo fare? A chi dobbiamo ammazzare?” oppure... Quelle sono cose, sono decisioni prese dai paesi, dai “locali”, poi che uno sia favorevole o no... Cioè, per esempio, chi gli diceva: “Tu non puoi ammazzare NOVELLA?”, cioè non c'è un discorso del genere quando si riuniscono per decidere queste cose qua: le cariche.
PM: E dopo il “padrino”?
B: Ecco, dal “padrino” in poi siete boss, cioè quando voi già avete una dote di “padrino” già siete boss, di lì in poi siete boss. Dopo il “padrino” c'è la “crociata” e il segno è questo. Dopo c'è la “crociata”. Queste sono le doti massime e dopo si va oltre...
PM: Oltre come?
B: Poi si va in altri discorsi di massoneria. Avevano messo altre doti che poi... il medaglione, queste cose qua ma sono state poi... cioè insomma sono queste adesso, le attuali sono queste, altre doti poi si va in altri discorsi. Per quanto riguarda la 'ndrangheta è questo. Certo, per ottenere queste doti siete all'apice, siete... doti di spicco. Per quanto riguarda le “copiate” della Calabria. Ecco, questo...
PM: Scusi, prima di iniziare il discorso delle “copiate”, che significa: “Poi si va nella massoneria”? Lo spieghi
B: Eh, si va in un altro tipo di struttura, massonica, di cui io non voglio entrare in merito a questo perché ne so marginalmente, il mio avvento a questo doveva succedere non lontanamente però ancora mi mancava un passaggio. Io avevo la dote di “padrino”, quindi non posso spiegarvi nel dettaglio; so di questa struttura che ci sono personaggi eccelsi anche a livello... parliamo a livello di medici di un certo livello, possono esserci a livello di cose anche di colonnelli, di questa funzione qua, cioè stiamo andando in cose massoniche perché a certi livelli si può... ah, ecco una cosa che... a certi livelli si può collaborare con lo Stato. Allora a certi doti, da “padrino” in poi, si può avere delle collaborazioni con lo Stato, si possono avere dei business con lo Stato, sono concessi, che poi a livello massonico questo è un cammino insieme, nel senso che ci si siede allo stesso tavolo. Questo so io a livello massonico. A livello antecedente al “padrino” tassativamente non si può fare, solo a quei livelli. Ci possono essere anche generali..."

Ed ancora, dopo aver riferito chi gli aveva detto queste cose erano stati Vincenzo GALLACE e Andrea RUGA, i Pm continuano a porre domande e COSTA continua a rispondere:

PM: Ma GALLACE Vincenzo e LEUZZI Cosimo siedono in questo tavolo con la massoneria?
B: Sicuramente, personaggi così, sì, penso sicuramente sì ma anche un Andrea RUGA. Cioè non possono loro finire alla “crociata”, lì si va poi... lo stesso NOVELLA. Cioè allora, per esempio, io avevo la dote di “padrino”, no, a breve mi avrebbero dato la “crociata”, però se Vincenzo GALLACE ha la “crociata”, io e lui non saremo mai uguali, non possiamo avere la stessa dote io e lui. A parte che ha sessantadue anni, sessantatré anni, ma non per quello, per la storia, per il personaggio, per svariate... Io ho trentotto anni alla fine, anche se ho fatto una scalata brevissima, sono stato sponsorizzato da Andrea RUGA, se no è impossibile fare una escalation in così poco tempo, non è possibile. Anzi in Calabria le doti... voi dovete pensare che ai figli di Cosimo LEUZZI, Andrea RUGA e Vincenzo GALLACE lo “sgarro” gliel'ho dato io, loro non gliel'avevano neanche dato, sono severissimi, avevano la “camorra” e gli avrebbero lasciato la “camorra”, li ho portati avanti io in quel discorso di... è stato fatto in Calabria. C'è una rigidità su... Invece al Nord è diverso, al Nord le doti possono essere chiamate anche “fiori” e un “fiore” viene dato... “Dai glielo diamo un fiore, dai.” “No.” “Dai, lo porto avanti io, che mi dici di no a me?” C'è un po' più di malleabilità su questo, infatti al Nord ci sono tanti ragazzi che c'hanno quasi tutti lo “sgarro”, c'hanno.... il picciotto lo lasciano picciotto poco tempo; al Sud potete rimanere picciotto anche dieci anni, potete rimanere camorrista quindici, potete addirittura non toccare mai lo sgarrista, io conosco tante persone a sessant'anni e sono camorristi. Perché si valuta anche l'uomo, le capacità dell'uomo, cioè se uno è un mulo, lo lasciano mulo. Per esempio... be', voi non lo conoscete. Insomma, il discorso è questo qua, per le doti devi avere delle svariate capacità, se no è difficile, si chiama una carriera 'ndranghetista.
PM: E ha mai sentito parlare, le ha mai confidato sia GALLACE, sia RUGA Andrea o Cosimo LEUZZI delle conoscenze nell'ambito di persone dei Servizi Segreti?
B: No, di questo mai. Però loro... però loro ne parlarono... di questo ne parlarono del NOVELLA, me ne parlarono che il NOVELLA aveva... mi dicevano che il NOVELLA aveva questo tipo di agganci.
PM: Ma giù in Calabria, a Roma o al Nord?
B: Non lo so, mi fu detta in una circostanza questa cosa qua
PM: Quale circostanza e quando?
B: Della circostanza si che si stava parlando e si uscì su questo discorso qua, si uscì di questo discorso qui, e mi spiegarono che secondo Vincenzo GALLACE ci sono state delle cose che non gli sono piaciute e secondo lui era in contatto con i Servizi Segreti; lui mi disse queste parole qua. Io non è che gli ho fatto delle domande per... io quando eravamo... per esempio come siamo qua fra di noi, quando parlava un Vincenzo GALLACE non è che poi io gli facevo le domande, sentivo e apprendevo quello che dicevano, punto. Cioè se dicevano quella cosa io prendevo quella cosa, anche per darmi un consiglio, non è che a un Vincenzo GALLACE gli potevi fare dieci domande, nel senso è maleducazione; dovete apprendere quello che vi dice, chiuso. Se lui è superficiale, vi dovete fermare lì; se lui entra nel dettaglio, appurate il dettaglio; se non entra, voi appurate quello che vi dice.
PM: Senta, lei ora nel riferire le regole dell'organizzazione di cui lei fa parte ha detto che poi a un certo livello, e siamo ai massimi livelli, è consentito anche avere rapporti con appartenenti alle forze dell'ordine.
B: Con tutto lo Stato
PM: Con tutto lo Stato, e questo ragioni anche di convenienza?
B: Anche
PM: Spieghi meglio questo concetto.
B: Quando si hanno determinate doti entrano in funzione questi chiamiamoli vantaggi. In che senso? Perché quando avete determinate doti siete anche una persona di una determinata importanza, una determinata intelligenza, e le sapete sfruttare al meglio queste cose qua. E poi a certi livelli loro vogliono che lo Stato sia amico, non nemico; su certi livelli. Addirittura c'è una mezza regola, che possono sapere in pochi, che fino a tre volte uno se la può cantare a determinate doti, non collaborare, se la può cantare fino a tre volte, a determinate doti.
PM: Spieghi meglio
B: E' una regola che non sa nessuno perché per saperla dovete raggiungere determinate doti, e si dice che “fino a tre volte ve la potete cantare”, per tre volte è lecito; non collaborare.
PM: “Cantare” significa svelare alle forze dell'ordine dov'è un latitante piuttosto che una carico di cocaina, oppure fatti di questo genere?
B: Cantare in tutti i sensi, può essere anche un fatto di questo genere.
PM: Quasi un patto di non belligeranza tra parte delle istituzioni e la 'ndrangheta?
B: Io adesso...
PM: Giù in Calabria?
B: Allora, io adesso questa regola qui che hanno messo, come l'hanno messa e su che funzione è stata messa è un po' complesso da spiegare.
PM: La spieghi, ci provi.
B: Allora, quando raggiungete determinate doti vige anche questa regola che “fino a tre volte ve la potete cantare”, su qualsiasi cosa ma non collaborare con lo Stato, questo è differente.
PM: E questo l'abbiamo capito.
B: “Cantare” nel senso che si può portare beneficio, sempre sulla questione beneficio. Può essere una qualsiasi cosa, non è perseguibile, non è punibile, però, fra parentesi, ci sono mille regole nella 'ndrangheta ma non è che vengono messe tutte e mille rigorosamente... questa non penso la rispettino in parecchi, non è che sareste ben visto se succede una cosa del genere. Però siccome è segreta questa cosa, non è che la vengono a sapere però c'è.
PM: Ma questa regola serve a mantenere un equilibrio fra lotta all'organizzazione 'ndrangheta e interessi dell'organizzazione 'ndrangheta?
B: Può servire anche a questo, può servire anche a questo, perché quando voi avete determinate doti... allora le linee dopo si uniscono su certi ragionamenti, che prima non sono considerati, anzi sono condannati, dopo ve li ritrovate in cima...”

Ora la “teoria” del FAMELI secondo cui, avendo avuto rapporti con uomini dello Stato, compresi i Servizi, non può quindi essere legato alla 'ndrangheta, va a farsi benedire! Infatti tali comportamenti del FAMELI, tra cui il legame con la Massoneria, risultano pienamente compatibili all'organizzazione 'ndranghetista ed al perseguimento degli obiettivi promossa dal sodalizio.

Il fatto che il FAMELI fosse funzionale, oltre alle attività di riciclaggio in capo alla 'ndrangheta, per tutelare dai processi gli uomini delle cosche a cui era ed è legato, attraverso la “rete” di relazioni costruite, emerge chiaramente sia da quanto dichiarò lo SCRIVA, sia dalle risultanze di più recenti testimonianza da noi raccolte, sia anche, ancora, da una semplicissima valutazione: FAMELI che dice di aver denunciato la 'ndrangheta, ha certamente “cantato” su dei signori nessuno dell'organizzazione mafiosa, ma si è ben guardato di denunciare i FAZZARI come il GULLACE, per fare due esempi su cui torneremo nell'ultimo capito.

 

2) Tra lo SCRIVA e le faide... L'attendibilità del collaboratore di giustizia, le accuse al FAMELI (funzionale a “sistemare i processi”), al GULLACE ed al “gotha” della 'Ndrangheta

Anche su questo punto la posizione espressa dal FAMELI fa acqua da tutte le parti. Prima di tutto gli anni in cui segnala lo SCRIVA, collaborando a farlo arrestare - come lui dichiara -, sono gli anni seguenti al compiere, da parte dello SCRIVA delle azioni delittuose (omicidi e tentati omicidi), insieme ai FACCHINERI ed alle famiglie a queste collegate. I FACCHINERI sono la controparte nella faida di Cittanova dei GULLACE-RASO-ALBANESE (imparentati ai PIROMALLI e legati ai MAMMOLITI) a cui è legato proprio il FAMELI.

Inoltre se fosse stato vero che il FAMELI temesse azioni dello SCRIVA contro propria vita ed incolumità perché mai (come ricorda lo SCRIVA nel contraddittorio, in Aula, con il FAMELI, durante il processo d'Appello a Reggio Calabria) il FAMELI accolse nella sua villa i due latitanti SCRIVA Pino con il cugino SCRIVA Francesco detto “Ciccio”?

Il FAMELI li ospitava per 20 giorni nella sua villa a Bardineto (provincia di Savona) senza, in tutti i 20 giorni di permanenza, avvisare la polizia della loro presenza, ma avvisando la polizia solo dopo che lo SCRIVA Pino ed il cugino Ciccio erano andati via... Anche perché se la Polizia fosse stata avvisata, sarebbe intervenuta all'istante, non certamente lasciando correre i giorni, rischiando di mancare la cattura dei latitanti. Questo dettaglio il FAMELI non lo racconta. Lo omette, sistematicamente... Nella sua ricostruzione non può indicare la smentita al suo “teorema” difensivo.

Le testimonianza dello SCRIVA sono risultate confermate dai riscontri per tutti gli imputati delle principali cosche della 'ndrangheta ed anche per FAMELI in merito al reato associativo. Anche i dettagli forniti in merito all'omicidio del LA MALFA Sabatino non risultavano affatto privi di fondamento, tanto è vero che il FAMELI venne condannato anche per tale imputazione in primo grado come in Appello, salvandosi solo dopo il “ribaltamento” in Cassazione, che annullava l'ergastolo inflittogli (come ricordato nella recente Ordinanza di Custodia Cautelare disposta nel 2012 dal Gip del Tribunale di Savona a carico del FAMELI). Risultavano, tra l'altro, più che fondate anche le accuse dello SCRIVA in merito al GULLACE Carmelo, strettamente legato al FAMELI, considerando che tali accuse sono confermate da altre testimonianze recenti e che indicano che la pistola utilizzata dai GULLACE-RASO-ALBANESE per il duplice omicidio di FACCHINERI Luigi e GAGLIANO' Giuseppe, a Genova, venne – subito dopo l'agguato - nascosta la dove poi verrà rinvenuta: presso gli uffici della società del FAZZARI Francesco (e precisamente in una scrivania di Filippo FAZZARI), a cui il GULLACE Carmelo non era solo strettamente legato per le attività criminali ma imparentato da vincolo familiare, avendo avuto in “sposa” la figlia primogenita del Francesco, Giulia FAZZARI.

Anche nell'ambito del processo d'Appello, il FAMELI diede vita alla sua sceneggiata, e durante il confronto (da lui chiesto) con lo SCRIVA si mostrava sempre più in difficoltà finché il suo legale chiese al Presidente della Corte di sospendere il confronto con lo SCRIVA (dimenticando che lo aveva voluto proprio il FAMELI) e con il FAMELI che diceva di non voler più proseguire il contraddittorio con lo SCRIVA, tra un proclamarsi innocente, non mafioso e chiamando a testimone in sua difesa nientemeno che Dio.

Per meglio inquadrare lo SCRIVA (ed anche le accuse al FAMELI ed al GULLACE) ripercorriamo quanto emerse nel processo d'Appello a Reggio Calabria... Qui il MEMORIALE consegnato dallo SCRIVA Pino e letto al processo d'Appello, nell'udienza del 6 parie 1987:

[…]

Con Rocco ALBANESE eravamo in stretta amicizia e pertanto sono stato in grado di riconoscere molti fatti delittuosi commessi dalla sua famiglia e da lui stesso. Egualmente per Michele FACCHINERI e Giuseppe BELLOCCO, quest'ultimo sposato con una sorella di mia moglie e pertanto siamo cognati o almeno lo eravamo in quanto oggi lo siamo solo nelle carte in quanto dopo la mia collaborazione si sono rotte tutte le nostre precedenti parentele.

Per quanto riguarda il sequestro del figlio dell'avvocato Napoli, so che a realizzarlo furono Giovanni GRECO, il cognato ed un fratello dello stesso, Pino PAPALIA, il fratello macellaio Delianuova dello stessa PAPALIA, TROPEANO Vincenzo di Varapodio e FACCHINERI Michele il quale mi informò dell'operazione mentre ci trovavamo latitanti nelle campagne di tale FAZZARI Salvatore e precisamente nel castagneto dello stesso. Il FACCHINERI mi comunicò anche come durante il sequestro venne ucciso Giovanni GRECO. Mi disse che Giovanni GRECO aveva imposto il pagamento di una grossa tangente di lire 100 milioni ad una signora benestante a Molochio e che non aveva voluto ascoltare le raccomandazioni che gli avevano fatto da molti 'ndranghetisti di lasciare perdere. Al GRECO venne dato un appuntamento al fine di discutere la questione della tangente da amico RUGOLO e Saro MAMMOLITI, i quali durante l'incontro soppressero il GRECO sparandogli colpi di fucile. Il corpo di GRECO venne sepolto in località Ferrandina non mi dissero in quale punto preciso e non saprei, pertanto, riferirlo.

Per quanto riguarda lo strano sequestro operato nel '77 in danno di tale FAZZARI Salvatore, in effetti a sequestrarlo fu la squadra degli ALBANESE-RASO e fecero ciò non per ottenere del denaro ma al fine di fare in qualche modo scoprire Domenico FACCHINERI che avevano deciso di sopprimere. Ed in effetti qualche giorno il sequestro riuscirono ad uccidere Domenico FACCHINERI e quindi rilasciarono il FAZZARI Salvatore presso il quale io trascorsi anche un certo periodo di latitanza.

Quanto io affermo che il sequestro venne fatto dalla squadra degli ALBANESE mi riferisco alla famiglia come gruppo, perché non potevo chiedere a Rocco ALBANESE nome dopo nome, perché in carcere e nell'ambiente in cui vivevo non si può dare l'impressione di fare un vero interrogatorio. I nomi o me li facevano loro o io certamente non li potevo chiedere… ed ancora aggiungo… che a quei tempi certamente non pensavo minimamente di fare queste rivelazioni. In ogni caso, solitamente, il gruppo degli ALBANESE che operava era formato dai due fratelli Rocco e Francesco [ALBANESE] e dai propri cugini RASO e GULLACE.

Voglio fare una precisazione per quanto riguarda Rocco ALBANESE che lui si difende nel dire che io lo accusai di un reato mentre lui era in carcere. Io dico che quando nomino la famiglia ALBANESE-RASO-GULLACE come esecutori di certi misfatti e che Rocco ALBANESE mi confidò, certamente Rocco ALBANESE mentre si trovava in stato di detenzione veniva informato costantemente dai suoi familiari di tutto quello che la squadra ALBANESE-RASO-GULLACE commettevano, tutti questi aggiornamenti gli veniva riferito durante i colloqui che effettuavano con i suoi familiari.

Per quanto riguarda il sequestro concluso tragicamente e precisamente quello dell'avvocato Capua Alberto e del suo autista [Vincenzo Raineri], uccisi barbaramente dalla squadra degli ALBANESE, la notizia me la diede, mentre mi trovavo in stato di detenzione Porto Azzurro, Rocco ALBANESE e una conferma ulteriore la ebbi da Peppe [Giuseppe] AVIGNONE nella casa circondariale di Trani. Sia l'ALBANESE che l'AVIGNONE mi confermarono che l'avvocato Capua erano stati costretti ad ucciderlo perché aveva opposto resistenza sulla strada provinciale Melicuccà - Palmi.

Faccio presente ancora che furono gli ALBANESE ad uccidere in quei tempi successivi i fratelli MALVASO Marcello, con colpi di mitra venne fucilato dopo essere stato trascinato fuori da un bar-osteria, e MALVASO Luciano il quale venne raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre il medesimo di trovava nella sua auto e precisamente nei pressi di un passaggio a livello. La notizia del duplice omicidio la ebbi dallo stesso Rocco ALBANESE il quale mi precisava che i MALVASO dovevano essere eliminati perché erano tra i più ardui favoreggiatori dei loro nemici FACCHINERI. E perfino mi precisò che avevano mandato un imbasciata dopo il primo omicidio invitando l'altro fratello ad andare via, tale invito non venne accolto dal MALVASO.

Lo stesso Rocco ALBANESE mi disse che nel settembre '78 GULLACE Carmelo e BRUZZI' Camillo avevano soppresso in Genova FACCHINERI Luigi e tale GAGLIANO' detto "Nasone". Mi disse che avevano fatto ciò in risposta all'omicidio di Michele e Giovanni RASO e di IACOPINO Giuseppe, fidanzato con la ragazza figlia di uno dei due RASO. Nel carcere di Trani Michele FACCHINERI mi disse che ad uccidere i due RASO e lo IACOPINO era stato suo fratello Luigi su mandato della sua famiglia. Aggiungo ancora che il GULLACE e il BRUZZI' da me citati dovrebbero avere un'agenzia "SANTA RITA" nel settentrione e che loro agivano per conto di tale FAMELI Antonio da San Ferdinando.

A questo punto anche per dimostrare come esistono dei legami e collegamenti tra persone mafiosi e 'ndranghetisti voglio narrare quello che io ho saputo dell'omicidio di LA MALFA Sabatino.

Faccio presente che FAMELI Antonio è una persona facoltosa che da tempo appoggiava in tutti i modi la famiglia ALBANESE-RASO-GULLACE e ciò soprattutto durante i processi. Durante il periodo della mia ultima latitanza, settembre '82 - aprile '83, io ebbi diversi incontri con Giuseppe PESCE e in uno di questi io gli dissi con fermezza che non avrei sopportato di essere sospettato di ulteriori fatti di sangue che sarebbero potuti verificare durante il periodo della mia latitanza. Giuseppe PESCE capì il mio punto di vista e mi promise di avvertirmi in tempo qualora la zona di Rosarno si fosse deciso di sopprimere qualche persona o compiere qualche gravissimo reato. Ed in effetti Giuseppe PESCE mi avvertì che non era più in grado di opporsi all'esecuzione stabilita contro il suo vecchio amico LA MALFA Sabatino. Mi disse che il FAMELI doveva costruire, o stava per iniziare, la costruzione di abitazioni in San Ferdinando di Rosarno. Mi sembra che il PESCE parò della costruzione di alcune villette. Il LA MALFA aveva richiesto o fatto richiedere per suo conto una tangente al FAMELI e ciò aveva scatenato la relazione del FAMELI e degli ALBANESE a lui legati. Il PESCE Giuseppe si sarebbe in un primo momento opposto all'uccisione del suo vecchio compagno poi avrebbe dovuto dare il suo consenso. Questo fatto il PESCE me lo comunicò prima dell'omicidio e me lo confermò anche dopo facendomi i nomi degli esecutori materiali, e cioè il nipote PESCE Antonio unitamente a tale DI MARTE Giuseppe detto "tetenna", un uomo del loro gruppo nato a Filandare di Catanzaro, e a tale PACE.

Ho già esibito ai magistrati delle lettere per dimostrare che io con il PESCE Giuseppe ero in buoni rapporti ed infatti lo stesso mi scriveva amichevolmente come risulta da detta lettera. Questo omicidio dimostra chiaramente come un mafioso di un dato paese può essere chiamato a fare la cortesia per i mafiosi o amici di mafiosi di altro paese.

Faccio presente che per colpa del traffico di stupefacenti si sono verificati altri omicidi. In realtà il duplice omicidio GIOFFRE' e CHIAPPALONE non è stato effettuato per affari di droga bensì da una cortesia che è stata chiesta dagli ALBANESE-RASO-GULLACE ad Umberto BELLOCCO. BELLOCCO Giuseppe, mio cognato, mi informò che avrebbero ucciso alcune persone. In effetti GOFFRE' e CHIAPPALONE lavoravano per Umberto BELLOCCO trasportando della droga e sono stati uccisi in località Carosello con alcuni colpi di pistola in testa mentre si trovavano a bordo di una volkswagen, da Umberto BELLOCCO, Carmelo BELLOCCO, Ciccio LA ROSA, Gaetano RAO detto "Nuccio". Per i motivi che hanno determinato questo duplice omicidio debbo dire che mi fu riferito da mio cognato che Umberto BELLOCCO aderì alla cortesia che gli veniva chiesta dagli ALBANESE-RASO-GULLACE legati da stretta amicizia con i PIROMALLI, per allontanare da sé i sospetti circa la sua partecipazione all'omicidio di ZITO Giuseppe fedele elemento del gruppo PIROMALLI.

Quanto alla scelta del GIOFFRE', a mio avviso, fu determinata dal rancore che gli ALBANESE-RASO-GULLACE nutrivano da anni contro GIOFFRE' Domenico detto "Ringo". Quest'ultimo ad opinione degli ALBANESE fu l'autore dell'omicidio del loro parente RASO avvenuto nel carcere di Reggio Calabria, pertanto da VARONE Francesco, da noi chiamato "Rocco", seppi che in effetti aveva portato una imbasciata di Luigi FACCHINERI al "Ringo" per eliminare RASO Giuseppe lì detenuto. Il VARONE aveva materialmente portato a "Ringo" una torta, una pistola e lire 50 mila. Luigi FACCHINERI gli fece sapere che se lui gli faceva la cortesia gli avrebbe fatto avere la somma di 10 milioni ed avrebbe provveduto ad eliminare Salvatore PELLEGRINO. In mia presenza e durante la mia latitanza trascorsa presso GALLUCCIO Agostino di Cinquefrondi, in contrada Mafalda, VARONE disse al FACCHINERI Luigi che lui aveva portato l'imbasciata a "Ringo" e certamente non era colpa sua se per reazione gli ALBANESE-RASO-GULLACE avevano ucciso persino dei bambini.

Faccio ancora presente i RASO-GULLACE-ALBANESE per vendicarsi della famiglia VARONE uccise a colpi di bastone Giorgio VARONE che circolava a bordo di una vespa. In questo omicidio Francesco ALBANESE venne aiutato da COSENTINO Tommaso implicato nel sequestro Toraldo.

Altro omicidio compiuto dal gruppo BELLOCCO è quello relativo a tale MAZZEO e tentato omicidio nei confronti di ZUPO, quest'ultimo di San Giovanni di Mileto. Giuseppe BELLOCCO mi disse che era stato il fratello Umberto, il quale se continuava in quel modo rovina tutti. (…)

Ricordo molto bene che nel maggio 1972 mi trovavo in contrada Marotta (inc.le) insieme a [Antonino] FEDELE, Antonio VARONE - oggi defunto, tale ALBANESE, PAPALIA Francesco detto "u pinnau", PAPALIA Giuseppe ed altri.

Un giorno vennero a trovarmi i FACCHINERI Giuseppe e il nipote di Michelangelo FRANCONERI, che aveva allora una GT Alfa Romeo rossa. Chiamarono in disparte me e [Antonino] FEDELE e ci chiesero la cortesia di appostarci per uccidere il padre di Rocco ALBANESE [Raffaele ALBANESE], il padre di Giuseppe RASO [Antonino RASO] e lo stesso Giuseppe RASO. Precisarono che l'impresa non era difficile, in quanto costoro facevano tutti i giorni la stessa strada avendo un gregge da accudire. Io rifiutai in quanto non intendevo intromettermi nella faida tra i FACCHINERI e gli ALBANESE. Si offrì invece di partecipare alla spedizione [Antonino] FEDELE il quale chiese che gli si affiancasse altra persona. FACCHINERI Giuseppe diede un suo parente a nome GUERRISI al FEDELE. … si appostarono sulla strada che conduce all'ovile dei RASO-ALBANESE e fecero fuoco contro la Fiat 600 sulla quale viaggiavano le vittime designate, uccidendo il padre di Rocco ALBANESE, il padre di Giuseppe RASO e ferendo lo stesso Giuseppe RASO. Preciso che il Giuseppe RASO è lo stesso che poi fu ucciso nella casa circondariale di Reggio Calabria da GIOFFRE' Domenico detto "Ringo". Dopo gli omicidi parlai con [Antonino] FEDELE il quale mi narrò i particolari dell'esecuzione. Lo stesso [Antonino] FEDELE è altresì responsabile del tentato omicidio di Ciccio ALBANESE, contro il quale esplose tre colpi di fucile automatico. Devo precisare che fui io ad accompagnare il FEDELE nei pressi della villa comunale di Cittanova vicina ad una colonnina di benzina, con una Giulia 1300 bianca rubata a Gioia Tauro qualche giorno prima dal Filippo GERACI ed altri. Un giorno venne a trovarmi al Pian delle Vigne [Antonino] FEDELE, STRAPUTICARI Vincenzo e Antonio VARONE. Gli stessi rimasero con me a pranzo, ad un certo punto [Antonino] FEDELE e Vincenzo STRAPITICARI mi chiamarono in disparte e mi proposero di partecipare all'omicidio di una persona la cui eliminazione interessava a Michele FACCHINERI e Vincenzo FACCHINERI. Non mi specificarono il nominativo della persona da uccidere. Per fare una cortesia al mio amico [Antonino] FEDELE risposi affermativamente. Dopo qualche giorno, mentre mi trovavo a San Ferdinando, in compagnia, fra gli altri, di [Antonino] FEDELE, giunse lo STRAPUTICARI Vincenzo con una Fiat 124 sport, il quale portò un fucile con cui si sarebbe dovuto uccidere la vittima designata, consegnando delle cartucce che disse di essere avvelenate. Il giorno dell'esecuzione io e il FEDELE ci recammo molto presto, intorno alle ore 6, alla villa comunale di Cittanova, e qui il FEDELE che era posto sul sedile posteriore esplose i colpi di arma da fuoco contro l'ALBANESE. Costui fu prima colpito alle spalle e poi si girò e fu attinto al petto. Il FEDELE non ritenne opportuno accertarsi se l'ALBANESE fosse effettivamente deceduto, in quanto si fidò del fatto che le cartucce erano avvelenate. Veleno che sicuramente venne a mancare da fatto che una volta esplosa la cartuccia, la vampata avrebbe distrutto il veleno.

(…)

Ancora, nello stesso MEMORIALE lo SCRIVA - così ognuno può verificare che non raccontava "palle" come fa invece il FAMELI - ricordava:

…Prima di accusa gli altri mi sono prima accusato io dei miei errori di gioventù, e la mia collaborazione con la Giustizia è stata ed è onesta.

Quindi incomincio con la dichiarazione in cui sono imputato io.

Riguardo agli omicidi di Carmine [Carmelo] FILLETI e del NASO Ferdinando, riferisco che Carmine FILLETI imputato di duplice omicidio commesso in Torino evase unitamente a me, a BELVEDERE e MONTALTO, dal carcere di Nicastro nel giugno del 1970. Al momento dell'evasione ignoravo che il FILLETI accusava mio cugino Ciccio SCRIVA di essere infame, in quanto avrebbe fatto la spiata ai Carabinieri consentendo loro di arrestarlo. Per tale sospetto il FILLETI nel mese di maggio, e precisamente il 18, tese un agguato a mio cugino Ciccio in collaborazione con Vincenzo ARCURI che era risentito con il Ciccio per il fatto che costui lo aveva preso a schiaffi, poiché aveva chiesto un milione ai fratelli SURACE, "SURACERU", persone che pagavano la tangente a mio cugino. Nell'agguato in questione fu ucciso Ciccio SCRIVA e rimase ferito il cognato dello stesso, Carmelo LUPPINO, che era latitante con lui. Io naturalmente mi sentivo in dovere di vendicare la morte di mio cugino. Mi giunse all'orecchio la voce che il FILLETI si trovava presso i cugini GERACE Carmine e Filippo. Allora tramite Ciccio RASO, cognato di Carmine GERACE, feci sapere ai GERACE che intendevo incontrami con loro. Fissammo un appuntamento. Mi incontrai con Carmine e Filippo GERACE e chiesi a loro se avessero il FILLETI. I GERACE in un primo momento risposero negativamente ma poi, dietro a mie insistenze, mi dissero che si trovava a Crotone da Totò DRAGONE e dai fratelli ARENA, tra cui Francesco e Antonio, che lo ospitavano in quanto latitante. Aggiunsero che quando fosse tornato mi avrebbero avvertito.

Dopo qualche giorno tramite mio cognato Peppe BELLOCCO mi fecero sapere di andare da loro. Io andai e mi dissero che il FILLETI era rientrato e che si ritrovava nell'abitazione di Gregorio PUNTORIERO, appartenente ad una famiglia in faida con la nostra. Mi adirai in quanto il FILLETI era con i miei avversari e sospettai che i GERACE si fossero accordati col PUNTORIERO per uccidermi. I GERACE mi tranquillizzarono ed io credetti in loro anche perché il Filippo sin da ragazzo, sebbene fosse libero, mi aveva seguito durante la mia latitanza. Comunque dissi ai GERACE che volevo il FILLETI vivo per interrogarlo su certi particolari. I GERACE però mi dissero che erano disposti a consegnarmi il FILLETI solo a patto che lo uccidessi e che inoltre donassi loro le armi del FILLETI e che gli avrei dovuto tagliare a costui una porzione del braccio per far si che una volta rinvenuto il cadavere, che doveva essere bruciato, lo stesso potesse identificarsi con quello di GERACE Carmine che aveva il braccio sinistro menomato a seguito di un incidente e quindi far credere che il Carmine fosse morto, sottraendolo alle ricerche degli investigatori. Accettai la proposta dei GERACE anche perché a me interessava vendicare la morte di mio cugino.

All'incontro con i GERACE era presente Peppe BELLOCCO mentre defilata, non era visibile ai GERACE, vi era Angela MASSINI, mia amica durante il periodo della latitanza.

Mio cognato dopo qualche giorno mi disse che Saro MAMMOLITI intendeva parlarmi. Io rimasi perplesso e chiesi che fosse… fosse il MAMMOLITI a venire ad incontrarmi e non viceversa, anche perché temevo un agguato e inoltre i GERACE avrebbero potuto fissarmi l'appuntamento per l'esecuzione del FILLETI. Mio cognato però mi ha tranquillizzato e mi disse che MAMMOLITI voleva effettivamente parlare con me e non aveva nessuna intenzione di farmi un agguato. Il MAMMOLITI fissò l'appuntamento alla Ferrandina di Oppido Mamertina, nella campagna della moglie di Salvatore CARROZZA… Abbiamo raggiunto il posto sopracitato e con MAMMOLITI abbiamo avuto qualche battuta scherzosa e subito gli ho detto di venire al dunque. Mi chiese allora se avessi in animo di uccidere il FILLETI. Io risposi di no anche dopo le insistenze del MAMMOLITI, finché mi disse che mio cognato Peppe BELLOCCO, suo compare, gli aveva riferito le mie intenzioni. Rimasi molto male per la leggerezza di mio cognato, ma una volta che già lo sapeva non potevo negarglielo, e quindi ho ammesso i miei propositi. Il MAMMOLITI mi disse che la morte del FILLETI interessava a Peppe PIROMALLI e agli ALVARO. Al primo in quanto il FILLETI aveva partecipato al sequestro GERACE avvenuto a Gioia Tauro e cioè nella zona di influenza di don Peppino, costituendo cioè uno sgarro; e ai secondi essendo a loro acerrimo nemico per questioni di faida. Dissi al MAMMOLITI, il quale peraltro mi aveva fatto presente che i GERACE non gli avevano voluto consegnare il FILLETI, che ero disposto all'eliminazione del FILLETI purché venisse personalmente lo stesso MAMMOLITI senza suoi "militari", cioè i suoi soldati. Rimanemmo che non appena avessi ricevuto l'imbasciata da parte dei GERACE lo avrei mandato a chiamare. Il MAMMOLITI in quell'occasione mi aveva detto che se io avessi aderito alla sua proposta mi avrebbe fatto fare pace con Peppe PESCE contro la cui abitazione avevo in precedenza esploso alcune raffiche di mitra. Dopo qualche giorno i GERACE mi mandarono a dire di recarmi da loro. Mi recai in compagnia di Peppe BELLOCCO e MASSINI Angela sempre defilata, e i predetti mi comunicarono che l'appuntamento con FILLETI era stato fissato per l'indomani pomeriggio. Intanto FILLETI, GERACE e mio cognato si recarono sul luogo di tale appuntamento dovendo il primo indicarlo al secondo. I GERACE mi diedero una Gt Alfa Romeo bianca rubata che avrei dovuto portare sul posto dell'appuntamento per ingannare il FILLETI, nel senso che vedendo tale autovettura si sarebbe rassicurato ritenendo che vi fossero i GERACE. Faccio presente che l'appuntamento era tra il FILLETI e i GERACE. Comunicai il tutto a Saro MAMMOLITI che venne da me la sera stessa. L'indomani pomeriggio io, Carmelo LUPPINO - che era stato ferito dal FILLETI in occasione dell'uccisione di mio cugino Ciccio -, Saro MAMMOLITI che era rimasto con me durante la notte, Peppe BELLOCCO, andammo sul luogo dell'appuntamento fissato tra i GERACE e il FILLETI, parcheggiammo la macchina Gt bianca in una stradetta di campagna, di modo che il FILLETI giungendo vedesse l'autovettura e si tranquillizzasse, ritenendo che vi fossero i GERACE. Ci siamo appostati. Dopo poco giunse il FILLETI a bordo di una Bmw condotta da NASO il quale in effetti era totalmente estraneo alla vicenda e vi rimase coinvolto per puro caso. Io e il MAMMOLITI sparammo raffiche di mitra, mentre il BELLOCCO e il LUPPINO aprirono il fuoco con fucile automatico. Faccio pesante che il FILLETI, a differenza del NASO che si accasciò sul volante, intuì il pericolo, ma troppo tardi. Riuscì infatti ad aprire lo sportello e mettere il piede destro, ove aveva una fascia elastica alla caviglia del piede, ma inutilmente, venendo colpito a morte. Per come promesso ai GERACE, gli fu tagliato una porzione del braccio sinistro e demmo fuoco alla macchina Bmw e ai cadaveri. Presi poi, come prestabilito, il mitra e una pistola P38 del FELLETI per darli ai GERACE. Evidentemente costoro mi chiesero le armi del FILLETI avendo il mitra di costui un artistico manico artigianale. Faccio presente che se pure defilata era presente sul luogo dell'omicidio MASSIMINI Angela, la quale però si mantenne estranea alla vicenda.

Dopo alcuni giorni mi incontrai nuovamente con il MAMMOLITI il quale mi portò 10 milioni dicendo che me li mandava, per l'opera da me svolta nell'omicidio FILLETI, don Peppino PIROMALLI. Io rifiutai il denaro facendo notare che avevo ucciso il FILLETI non quale "soldato" del PIROMALLI ma solo per vendicare la morte di mio cugino Ciccio SCRIVA. I 10 milioni se li divisero, cinque milioni ciascuno, Peppe BELLOCCO e Carmelo LUPPINO.

Faccio presente… che sono veramente pentito di quanto è successo e chiedo perdono ai familiari dei defunti in quanto posso capire il dispiacere che hanno avuto, ma ero più giovane e in gioventù si commettono tantissimi errori, e dopo io sono cresciuto in una famiglia di faide quindi le signorie vostre possono capire il mio stato d'animo di gioventù, sono cresciuto senza la guida del padre, in quanto prima in carcere e dopo lo hanno ucciso, e sono contento che nel 1975 quello che aveva ucciso mio padre non si trovava in libertà, altrimenti mi avrei macchiato di un altro delitto. Io adesso sono veramente molto diverso… (…)

Adesso racconto un altro episodio. E' quello del tentato omicidio in danni di AVENOSO Domenico. Faccio presente che l'AVENOSO era sospettato dai FACCHINERI di aver riferito agli ALBANESE ove si trovava Peppe FACCHINERI che i predetti ALBANESE avevano assassinato. Pertanto i FACCHINERI intendevano vendicarsi dell'AVENOSO. Ricordo che tra la fine di maggio e i primi di giugno del 75 partecipai ad un summit mafioso in una zona vicino al luogo ove fu sequestrato FAZZARI di San Giorgio Morgeto. A tale summit erano presenti: io, Carmelo LUPPINO, Luigi, Vincenzo e Michele FACCHINERI e il nipote di costoro Mimmo GUERRISI. Io mi incontrai con gli altri grazie all'intervento di Rocco FILIPPONE, Salvatore RUFFO e Ciccio FASSARI [o FAZZARI] i quali però non erano al corrente del motivo per il quale mi dovevo incontrare con le persone di cui ho detto. Tale motivo consisteva nel fatto che intendevo chiedere un chiarimento ai FACCHINERI in ordine alla voce messa in giro da costoro, secondo cui io e Nini [Antonino] FEDELE, avremmo sparato alla fine del 71 o ai primi del 72 contro Ciccio ALBANESE, nemico dei FACCHINERI, per denaro e non per amicizia. Questi ultimi però negarono di aver messo in giro tale voce. Nell'occasione dal momento che Vincenzo FACCHINERI piagnucolava per l'uccisione dei due figlioletti in tenera età, e per l'uccisione del fratello Peppe, si decise di comune accordo di eliminare l'AVENOSO. Poiché costui temendo vendetta non usciva mai di casa, Michele FACCHINERI comunicò agli altri che tramite un amico avrebbe fatto uscire l'AVENOSO, che così avrebbe potuto essere ucciso e ci raccomandò di non ferire tale amico per errore, ma di uccidere solo l'AVENOSO.

Si decise di rubare un'autovettura per l'esecuzione. A tal fine a bordo della mia citroen, si recarono a Siderno Carmelo LUPPINO, Mimmo GUERRISI, nipote dei FACCHINERI, e Michele FACCHINERI. Fu asportata una Fiat 125 di colore bianco sporco. Portarono tale macchina nella zona dove ci trovavamo e la parcheggiammo nell'attesa che venisse segnalata la presenza da parte di Mimmo GUERRISI che era in contatto con gli zii FACCHINERI. Una mattina venne il GUERRISI il quale comunicò allo zio Luigi dove si trovava l'AVENOSO. Salimmo allora sulla Fiat 125 ponendomi io alla guida, Carmelo LUPPINO accanto a me e FACCHINERI Luigi, che aveva il compito di sparare, sul sedile posteriore, e ci dirigemmo verso Cittanova, ove era stato segnalato l'AVENOSO. Mi lasciavo condurre nella guida dell'autovettura dal FACCHINERI che mi forniva le indicazioni. Ad un certo punto, mentre transitavamo per una strada di Cittanova, vedemmo quattro persone ferme. Avevamo già superato tali persone, quando Carmelo LUPPINO, rivolgendosi al FACCHINERI armato di fucile disse testualmente "E non sparasti vu?". Rispose il FACCHINERI "perché? a on de?", non essendosi accorto di nulla. Il LUPPINO senza voltare "arretu i vui". Il FACCHINERI allora, resosi conto che vi era l'AVENOSO, e che la macchina aveva ormai oltrepassato il punto dove egli si trovava, mi indicò di girare alla prima traversa a sinistra, imboccando altra strada dalla quale si notava in distanza il luogo dove le quattro persone, tra cui l'AVENOSO, si trovavano. Il FACCHINERI allora spostò il fucile che impugnava puntandolo verso sinistra. Girando poi ancora una volta a sinistra, iniziando a ripercorrere la strada dove si trovava l'AVENOSO con altri tre uomini. Giunti nei pressi FACCHINERI aveva ancora il fucile puntato verso sinistra, mentre i quattro venivano a trovarsi sulla sua destra, spostò allora prontamente il fucile, nel fare ciò mi colpì involontariamente al capo. Nel frattempo la macchina aveva già superato i quattro. Il FACCHINERI fu costretto a sparare dall'avanti all'indietro. Vidi cadere tre persone, tra cui l'uomo che aveva condotto la vittima designata sul posto, mentre l'AVENOSO tenendosi il braccio destro, dove era stato colpito, può darsi che fosse interessata anche la spalla destra, si diede alla fuga. In quel momento il motore della nostra macchina si inceppò e l'autovettura si fermò. Il LUPPINO e il FACCHINERI si diedero immediatamente alla fuga, lasciandomi nei guai anche perché non conoscevo le strade di Cittanova. Saltai dalla Fiat 125 con il mitra in mano e mi misi sulla strada. Frattanto delle donne gridavano proferendo le parole "disgrazia, disgrazia". Transitava in quel mentre, venendo verso di me, una Fiat 125 dello stesso colore di quella che si era guastata. Puntai il mitra contro il conducente del veicolo, dicendogli: "fermati, dammi la macchina". Costui impaurito rimase a bocca aperta, senza pronunciare alcuna parola, scese dalla macchina e si mise a scappare e saltò perfino le persone che si trovavano a terra. Salì sull'autovettura, che poi seppi essere del possidente Giovinazzo, oggi defunto, mi avvicinai a FACCHINERI e a LUPPINO i quali salirono e proseguimmo da Cittanova verso Rosarno. Giunti nel bosco di Rosarno lasciammo la macchina e proseguimmo a piedi fino a Zimbariu, vicino alla località Acquabianca, dove è guardiano Rocco FILIPPONE. Lì incontrammo costui, Salvatore RUFFO e Ciccio FAZZARI. Il FACCHINERI disse loro della sparatoria avvenuta a Cittanova e li pregò di acquistare una radiolina per poter ascoltare il gazzettino regionale delle ore 12:10 e quindi attingere notizie sulla detta sparatoria anche per conoscere se i colpiti fossero vivi o morti. Diede 50 o 100 mila lira a Salvatore RUFFO e verso le 11:30 ritornò col la radiolina e con della carne. Mangiammo e poi ascoltammo la radio. Apprendemmo che a Cittanova quattro persone da noi colpite versavano in gravissime condizioni, erano state trasportate all'ospedale di Taurianova. Sull'imbrunire tutti assieme, io, il LUPPINO, FACCHINERI, FILIPPONE, RUFFO e FAZZARI, ci recammo ad Anoia. LUPPINO, FACCHINERI e FAZZARI si posero in un luogo dove normalmente… e cioè in una campagna fuori Anoia, Rocco FILIPPONE si è fermato all'ingresso del paese, mentre io mi feci accompagnare a casa da Raffaele DE MARZIO, da dove telefonai a mia moglie che si trovava in Francia. D'innanzi alla porta di tale abitazione fungeva da palo Francesco VARONE che noi chiamavamo "Rocco" e Salvatore RUFFO, a bordo di un A112, faceva da spola tra quest'ultimo e Rocco FILIPPONE. Terminata la telefonata fui accompagnato sul luogo dove si trovava FASSARI [FAZZARI], LUPPINO e FACCHINERI. Ci recammo a prendere la Fiat 125 sottratta al GIOVINAZZO e portatala alla diga sotto contrada Barbasano la incendiammo.

Successivamente ho appreso che Salvatore MONTELEONE, dal padre di costui Domenico, da Luigi FACCHINERI, da Michele FACCHINERI, Vincenzo FACCHINERI e Carmelo LUPPINO, che quest'ultimo, Luigi FACCHINERI e il MONTELEONE, avevano attentato nuovamente alla vita di Domenico AVENOSO, sparando raffiche di mitra contro di lui mentre era sul balcone della sua abitazione. L'AVENOSO però riuscì a salvarsi ed anzi rispose al fuoco con una pistola. Faccio presente che persona di cui ho detto, dalle quali appresi del secondo attentato alla vita dell'AVENOSO, si trovavano dietro l'abitazione di Domenico MONTELEONE detto "u randeru" nei pressi del quadrivio russo e precisamente in contrada Pegara.

Adesso cerco di ricordare i fatti sull'omicidio di MONTELEONE Domenico. Ho saputo da AVIGNONE Giuseppe, di essere stato l'autore dell'omicidio di Domenico MONTELEONE unitamente al nipote Mimmo GIOVINAZZO. Mi disse l'AVIGNONE anche come si era svolta l'azione. Mi dichiarò che avevano sparato contro la macchina dove si trovava MONTELEONE Domenico ed un figlio di questi, e poi aggiunse che dalla macchina i due erano riusciti a scendere ed a tentare la fuga. Mi disse anche che lui e il nipote avevano inseguito il vecchio MONTELEONE e di averlo inizialmente ferito. Aggiungeva che il MONTELEONE da terra ancora vivo gli disse "Cornuto, allora veramente mi ammazzi?" l'AVIGNONE avrebbe risposto, prima di esplodere il colpo di grazia sulla vittima giacente per terra, le seguenti parole "Allora per scherzo ti ammazzo". A questo fatto di sangue, pochi giorni dopo, non saprei (inc.le) quanti, MONTELEONE Salvatore unitamente a LUPPINO Carmelo avrebbero ucciso nella sua macelleria PAPASERGI Santo. L'AVIGNONE mi disse che il PAPASERGI era una persona della sua famiglia che andava vendicata. Per tale motivo mi chiedeva di aver consegnato l'uccisore di PAPASERGI Santo, MONTELEONE Salvatore, anche perché l'AVIGNONE mi disse di temere in modo particolare il citato MONTELEONE il quale era particolarmente pericoloso nello sparare. Mi diceva che essendo lui in carcere, temeva particolarmente la reazione che il MONTELEONE Salvatore poteva avere contro la sua famiglia.

Preciso ancora che durante la mia latitanza, nel 75, io sono stato in un'abitazione sita in contrada Pegara di Taurianova, di proprietà di Domenico MONTELEONE. In detta località si fermarono per un certo periodo anche Luigi FACCHINERI, i fratelli di questi Michele e Vincenzo, Mimmo GUERRISI e Carmelo LUPPINO, il quale veniva visitato dalla moglie SCANDINARO Grazia. Io allora avevo una relazione con tale MASSINI Angela. Dal MONTELEONE Domenico seppi che lo stesso riteneva responsabile del suo ferimento, avvenuto nel 74, gli AVIGNONE e Teodoro CREA. Il vecchio MONTELEONE comunque non mi disse di avere visto con qualche certezza gli autori materiali del suo ferimento, ma in ogni caso era certo della responsabilità degli AVIGNONE e dei CREA. Il contrasto tra il MONTELEONE e gli AVIGNONE non furono quindi determinati dal sequestra Cannatà del dicembre 75, ma risalivano ad anni precedenti. In effetti io ricordo di avere saputo da FACCHINERI Michele nelle carceri di Trani e dal Carmelo LUPPINO nelle carceri di Reggio Calabria che a sequestrare tale Cannatà a Taurianova erano stati materialmente MONTELEONE Salvatore, MONTELEONE Giacomo, lo stesso LUPPINO e FACCHINERI Luigi, mandanti erano stati: lo ZOPPO, Vincenzo FACCHINERI, MONTELEONE Domenico detto "u randeru" e Michele FACCHINERI. Il riscatto pagato da Cannatà fu particolarmente esiguo, di circa 30/35 milioni. Di tale fatto si lamentava con me l'AVIGNONE Giuseppe, sia perché il Cannatà era persona secondo lui che doveva essere rispettata, sia perché l'operazione si era risolta in un fallimento economico. So che gli AVIGNONE erano in buoni rapporti con il Cannatà tanto che nei pressi della sua azienda l'AVIGNONE ha costruito dei box per mercato ortofrutticolo. In mia presenza nel carcere di Trani l'AVIGNONE contestava al FACCHINERI Michele il sequestro sopra citato affermando che quei quattro soldi glieli poteva dare lui.

Per come risulta dalla lettera che io ho messo a disposizione della Giustizia, io ero da tempo intimo amico di AVIGNONE, Rocco ALBANESE ed altri e le lettere stanno proprio a dimostrare questo rapporto di amicizia con dette persone, le quali sono in definitiva quelle che mi hanno informato dei fatti delittuosi e degli autori degli stessi...

[…]

Davanti alle accuse dello SCRIVA, il GULLACE Carmelo faceva il finto tonto, affermando che non capiva il motivo della condanna che gli era stata inflitta e dichiarava che non capiva il motivo per cui avrebbe dovuto compiere quei reati che gli venivano contestati... affermava che quella dello SCRIVA era un "vendetta" perché non lo aveva voluto ospitare in carcere nella sua “stanza”... Ancora una volta il GULLACE mentiva come sua abituale prassi... Ma qui, ora, quel che ci interessa è il FAMELI...

Il FAMELI nella sua deposizione in dibattimento proponeva la storia secondo cui che aveva contribuito a far arrestare lo SCRIVA quando questi era latitante. Una volta in Francia ed una volta in Calabria. Non dice “chi” indicò quei siti all'uomo da lui assunto (tale DE VITA) per individuare dove si nascondesse lo SCRIVA. E' indubbiamente vero che fornì indicazioni alla CRIMINALPOL... ma sarebbe stato utile anche sapere (e FAMELI mai lo rivelò, come dichiarò anche il da lui tanto citato dott. Sabatini della CRIMINALPOL) “chi” indicò la collocazione dello SCRIVA in Francia ed in Calabria... Tralasciamo la Francia, ma in Calabria – ed i raparti investigativi dello Stato lo sanno bene – non è semplice scovare un latitante. Non lo è per lo Stato ma lo è per un solo uomo, il DE VITA, mandato dal FAMELI in Calabria, che arriva e lo trova come se nulla fosse? Probabilmente FAMELI pensa che si possa credere a questa sua versione, ma conoscendo la realtà della 'ndrangheta e l'omertà che domina (ed ancor più dominava allora in Calabria), un latitante viene rintracciato dal “primo arrivato” (il DE VITA) solo se qualcuno delle cosche che supportano la latitanza del soggetto lo vuole far catturare. Se non c'è collaborazione della rete di supporto alla latitanza, il latitante in Calabria, in allora, non lo trovi...

E non dimentichiamo che il FAMELI è legato ai GULLACE-RASO-ALBANESE e che lo SCRIVA aveva strette complicità criminali con i FACCHINERI, tanto da aver partecipato (per “amicizia” e non per denaro, come terrà a sottolineare nel memoriale che abbiamo riportato) all'uccisione di alcuni esponenti della famiglia avversa ai FACCHINERI, quali proprio gli ALBANESE ed i RASO.
Proprio lo SCRIVA, come abbiamo visto, oltre ad accusare pesantemente se stesso (anzi, principalmente se stesso) ha indicato chiaramente anche le responsabilità dei FACCHINERI e di coloro che con lui hanno compiuto omicidi e tentati omicidi, ed ha anche ricordato chiaramente il ruolo del FAMELI di “supporto” ai GULLACE-RASO-ALBANESE. Testualmente SCRIVA affermava in merito al FAMELI: “da tempo appoggiava in tutti i modi la famiglia ALBANESE-RASO-GULLACE e ciò soprattutto durante i processi”.

Il FAMELI, che fa tanto il bravo collaboratore delle forze dell'ordine (ed abbiamo già visto che “cantare” non è assolutamente proibito a certi livelli nella 'ndrangheta se il fine è portare beneficio all'organizzazione), nel processo d'Appello venne anche pesantemente ripreso dal Presidente della Corte per un altro “dettaglio” che sfugge dai suoi racconti. Il FAMELI ottenuti i domiciliari venne sorpreso nella propria abitazione in compagnia di soggetti che non avrebbero potuto esserci. Tale “dettaglio”, che gli comportò il ritorno immediato in carcere, dimostra ulteriormente il considerarsi superiore alle Leggi da parte del FAMELI che, tra l'altro, in Aula "minacciava" pure di presentare denuncia contro il Carabiniere che aveva “osato” contestargli la violazione degli arresti domiciliari. (Oggi, trascorsi decenni, come dimostrano i fatti, il FEMELI non ha cambiato atteggiamento e le violazioni dei sigilli come l'evasione dai domicidiliari è per lui la "normale" prassi, proprio come allora). Ma la parte che più qui ci interessa qui è il confronto con lo SCRIVA, in Aula... Lo abbiamo trascritto dalle registrazioni del dibattimento ed ora lo vediamo:

Il Presidente della Corte: SCRIVA avete sentito quello che ha detto FAMELI? Dice FAMELI che voi lo avete calunniato quando lo avete accusato e che in realtà lui si è sempre adoperato per farvi arrestare e almeno due volte è riuscito a farvi arrestare. Dice ancora che voi gli avete estorto del denaro e che avete tentato di sequestrarlo.

SCRIVA: No… il signor FAMELI mi ha portato lui… è vero che mi avete portato a Villa Santa Rita? è vero?

FAMELI: e ho chiamato la polizia

SCRIVA: ah??

FAMELI: perché non hai detto che ho chiamato la polizia a arrestarti? E' scappato via quella notte quando ho chiamato la polizia.

SCRIVA: (ride)

FAMELI: ci sono gli atti al tribunale…

SCRIVA: no, ascoltate..

(interruzione)

SCRIVA: Vi ricordate quando che mi portaste a mia e mio cugino a Cicciu… a Pietra… a…

FAMELI: a Bardineto

SCRIVA: Bardineto giusto… e ci avete dato a villa pure. E per questo… vi ringrazio. E' vero? Quanti giorni siamo stati la?

FAMELI: Venti giorni.

SCRIVA: ah?

FAMELI: Venti

SCRIVA: Venti giorni… e non (inc.le)

FAMELI: Perché siete andati via?

SCRIVA: ah?

FAMELI: Perché siete andati via dalla Villa? perché non avete detto ho chiamato la polizia… arrestavi… ma siete scappao dalla mia villa…

(…)

FAMELI: C'è il rapporto alla caserm… alla polizia che è venuta la polizia nella mia villa a arrestarvi che ho mandato io. E siete scappati…

SCRIVA: (ride) Se è vero che a mandastu, ha mandasti dopo che ce ne andriamu… non scappa...

FAMELI: ma se voi... scappavate sempre con vostro cugino

(…)

FAMELI: ma la polizia è venuta ad arrestarvi nella mia villa…

SCRIVA: ancura… quando era alla Calabria

FAMELI: non è vero, era lì a Bardineto

(…)

FAMELI: La polizia ha trovato quella notte vostra mamma, vostra moglie e la moglie di SCRIVA. Voi non c'eravate… eravate… un albergo, dopo l'ho saputo da una una certa Adelina… Io l'ho mandato la polizia…

SCRIVA: All'albergo a Undi?

FAMELI: Di quella vostra parente… Delina… Adelina…

SCRIVA: No, non andai in albergo io

FAMELI: No Adelina era una cameriera a Loano. Ma perché dovete essere bugiardo?

SCRIVA: No, No… era in Calabria. Quandu (inc.le) a Polizia era in Calabria…

FAMELI: Non è vero signore… E in Francia

[L'avvocato di FAMELI si lamenta del confronto. Il Giudice ricorda che il confronto lo ha voluto il FAMELI ed il FAMELI a quel punto dice che non vuole più confrontarsi con lo SCRIVA]

FAMELI, come il GULLACE, ha l'abitudine della menzogna, vivono nella menzogna... Così, ad esempio, se a Reggio Calabria, davanti allo SCRIVA, in contraddittorio in Aula, non poteva negare ed anzi confermava di aver ospitato per 20 giorni i latitanti SCRIVA Giuseppe detto “Pino” e SCRIVA Francesco detto “Ciccio”, a Savona, negherà di averlo ospitato, venendo smentito spudoratamente.
Il Tribunale di Savona infatti scrive:

SCRIVA Giuseppe ha riferito al P.M. di Savona, nel corso del presente procedimento, di essere stato ospitato, insieme al cugino SCRIVA Francesco, durante un periodo di latitanza dal FAMELI, nella sua villa di Bardineto. La circostanza, negata dal FAMELI, pare trovare conferma proprio nella deposizione del dott. Sabatino, quell'alto funzionario di polizia al quale il FAMELI aveva riferito dei movimenti di SCRIVA, che ai giudici della Corte di Assise di Palmi ha dichiarato di aver appreso dal FAMELI che gli scriva si erano “installati in una sua abitazione di un paese ligure”. Che SCRIVA abbia soggiornato, durante un suo periodo di latitanza, presso il FAMELI può dirsi accertato, ma, quand'anche il FAMELI sia stato costretto ad ospitarlo non può non notarsi che un latitante, per giunta affiliato alla 'ndrangheta, non si rifugia da uno qualsiasi. Egli, evidentemente, si fidava del FAMELI e doveva avare motivo di contare sul suo silenzio.
Non vi è molto da aggiungere sul significato di questa circostanza che non resta svalutata dal fatto che il FAMELI ne ha poi riferito alla polizia.
Che un uomo astuto come il FAMELI accettasse i rischi connessi alla delazione solo per servire “la Legge” - come ha detto e scritto – è inverosimile, così come è inverosimile che egli mettesse a repentaglio la sua vita e quella dei suoi familiari – l'omicidio non era esperienza nuova per gli SCRIVA – solo per ottenere ciò che ogni cittadino ha diritto di pretendere dalle forze di polizia: la individuazione di responsabili di atti criminosi ai suoi danni.
(…)
Nè può ritenersi che questa collaborazione del FAMELI, la sua disponibilità a fare della sua casa o del suo ufficio luogo di incontro tra pregiudicati perché i C.C. glielo chiedevano, siano antologicamente contrastanti con la sua appartenenza ad un'associazione di tipo mafioso. L'esperienza insegna che il delatore è di norma inserito nell'ambiente criminoso e trae dalla delazione vantaggi per la propria fazione o per sé.

Anche sulla frequentazioni di appartenenti alla 'ndrangheta e la riunione all'Hotel Majestic il Tribunale di Savona sottolinea le contraddizioni del FAMELI e ricostruisce i fatti che confermano il rapporto con i PESCE ed ad altri.

FAMELI contesta la frequentazione di appartenenti alla 'ndrangheta ma ammette che VIOLI Giuseppe, MERCURI Antonino, PIROTTINA Saverio e STILO Giuseppe erano stati suoi ospiti all'Hotel Majestic per trattare la questione della lottizzazione in Calabria...

Si consideri che dopo l'incontro in Liguria (perché gli amministratori - PIROTTINA e MERCURI, legati alla 'ndrangheta - del Comune di San Ferdinando, per discutere del progetto di 400 appartamenti promosso dal FAMELI salirono dalla Calabria, ospiti del FAMELI, sino in Liguria) finiranno morti ammazzati. MERCURI (assessore all'Urbanistica e già indicato dal Prefetto di Reggio Calabria per il legame alla 'ndrangheta anche alla Commissione Antimafia) verrà ucciso qualche anno dopo l'incontro, a distanza – come ricorda anche il Tribunale di Savona – di pochi mesi dallo zio, STILO Giuseppe (“inspiegabilmente presente alla riunione” col FAMELI). Anche il VIOLI amico di famiglia del FAMELI e “da questi incaricato di riscuotere gli affitti di suoi appartamenti e di curare i suoi affari in Calabria”) sarà ucciso in Calabria, anche lui nel 1987.
Scrivono ancora i Giudici del Tribunale di Savona, cercando di sforzarsi di "accogliere" la linea difensiva del FAMELI, arrivano ad un punto che proprio non è davvero possibile valicare, dovendosi così arrendere, ancora una volta, nello smentire, il FAMELI: il rapporto con i PESCE... Vediamo: 

Se la presenza di MERCURI E PIROTTINA trova giustificazione nella pubblica funzione dei due, quella di STILO nel rapporto di parentela che lo legava al MERCURI, quella del VOLI nelle mansioni di uomo di fiducia svolte in Calabria, FAMELI è costretto a negare la frequentazione di PESCE Antonino, suo coimputato, in quanto esecutore materiale dell'omicidio di LA MALFA Sabatino. Di ciò si riferisce nel rapporto dei Carabinieri di Albenga del 4 febbraio 1984, ove si riportano le dichiarazioni, non verbalizzate, di tale BOLLA Raimondo, gestore all'epoca del Majestic di proprietà del FAMELI, che avrebbe riconosciuto in una foto PESCE Antonio uno degli ospiti del FAMELI, rimastogli impresso perché portava al collo una vistosa catena d'oro con medaglia raffigurante dei grattacieli. Il BOLLA, che nello stesso contesto aveva riconosciuto nella foto di PELLE Vincenzo un altro degli ospiti di FAMELI, ha però, pressoché immediatamente cambiato atteggiamento “affermando che le persone delle fotografie non le aveva mai viste” - così si legge nel rapporto – e rifiutando di sottoscrivere il precedente riconoscimento fotografico. L'impressione riportata nel rapporto è che il repentino cambiamento dei dati memorizzati sia da collegare al dubbio, insorto nel BOLLA, che i due potessero essere implicati in episodi delittuosi.
Indipendentemente dalle impressioni dell'estensore del rapporto, poiché non è motivo di dubitare della veridicità dei dati storici ivi descritti e poiché il BOLLA ha fatto riferimento ad un dato oggettivo che aveva particolarmente colpito la sua attenzione – la medaglia d'oro con quelle particolari effigi – si deve ritenere che egli effettivamente abbia visto, ospite del FAMELI, PESCE Antonio.
Sono, queste ingiustificate e ingiustificabili – per un uomo della posizione del FAMELI, da decenni lontano dalla Calabria – frequentazioni, un elemento obiettivo che con certezza conduce all'indizio della sua appartenenza ad un'associazione di tipo mafioso; che – è finché superfluo evidenziarlo – i rapporti tra un mafioso e un ricco imprenditore o sono di sopraffazione o sono di complicità. Ma l'esperienza insegna che non si ospita amichevolmente l'estorsore o colui che si ha motivo di temere e FAMELI ha denunciato SCRIVA ma mai nessuno della famiglia PESCE (che) – è solo una coincidenza? - intorno al 1973, con l'uccisione di SCRIVA Francesco hanno imposto l'egemonia del loro clan in Rosarno.
Per confutare l'esistenza di rapporti con i PESCE il FAMELI ha fatto riferimento ad una tentata estorsione subita nel 1974, della quale è stato ritenuto responsabile e condannato... (il) genero di PESCE Giuseppe. La circostanza non è tale da escludere i rapporti con alcuni componenti del clan dei PESCE, vuoi perché del fatto delittuoso potrebbero non essere stati preventivamente informati, vuoi perché risale a circa 10 anni prima l'incontro con PESCE Antonino, tempo sufficiente per modificare o creare nuove alleanze.
Del resto la presenza di PESCE Antonino in Liguria, e più precisamente, nei pressi di Pietra Ligure è segnalata da TRIPODI Luciano che lo ha indicato come esecutore materiale dell'omicidio del fratello Carmelo in un agguato sulle colline di Pietra Ligure nel quale avrebbe avuto una parte SCRIVA Rocco, cognato di GARRUZZO Antonio, entrambi imputati di associazione per delinquere di tipo mafioso ed entrambi indicati nei rapporti di polizia - … - come legati al FAMELI.

  

3) Il consolidato (e risalente nel tempo) rapporto con i GULLACE-RASO-ALBANESE, i RAMPINO, FAZZARI, FILIPPONE e MAMONE.

Il FAMELI ha affermato di aver conosciuto il Francesco FAZZARI solo in occasione dei lavori presso la sua villa a Loano e di aver conosciuto, quindi, successivamente, il GULLACE Carmelo perché lavorava alla sua villa per conto di Francesco FAZZARI. A parte che il GULLACE non ha mai lavorato ma risultava lavorare per il Francesco FAZZARI al fine di avere copertura per perseguire le attività criminali, che il FAMELI menta lo dice la storia... i fatti.

Il primo “contatto” con la 'ndrangheta in Liguria è nella redditizia attività di lavascale, quella che aveva indicato come la fonte (sic) del suo patrimonio miliardario. Arrivato con tale attività in Liguria, da Torino, la moglie del FAMELI come lavascale aveva una compagna di lavoro che porta un nome importante, in Liguria, come in Calabria. Infatti la moglie del FAMELI lavorava con la sorella di RAMPINO reggenti della 'Ndrangheta in Liguria e basso Piemonte. Un dettaglio che il FAMELI non racconta eppure è in quei tempi, con la RAMPINO coniugata con il MULTARI Francesco, che vi è il primo concreto “contatto” visibile ed è stato proprio il cognato dei RAMPINO, ovvero il MULTARI Francesco che ha presentato il FAMELI Antonio al FAZZARI Francesco (che a sua volta aveva presentato il GULLACE Carmelo ai RAMPINO che precedentemente erano in contatto con i FACCHINERI).... Quindi il Francesco FAZZARI negli anni '70 presentò il GULLACE Carmelo al FAMELI Antonio.
Siamo ben prima, quindi, dei lavori nella villa di Loano, come vorrebbe far credere il FAMELI.

In allora il Francesco FAZZARI aveva casa ad Albenga, Palazzo Fabrizio in via Patrioti. Lì tutte le sere a cena c'era il GULLACE Carmelo, cumpare del FAZZARI Francesco a cui questi aveva promesso in sposa la figlia Giulia FAZZARI. Il GULLACE aveva conquistato il FAZZARI, forse raccontando che avevano ammazzato i bambini dei FACCHINERI perché così hanno impedito che loro crescendo ammazzassero lui? Chissà... Quel che è certo è che se per i pranzi il GULLACE andava dal Pino D'AGOSTINO, nel suo ristorante con i leoni in gabbia tra Ceriale ed Albenga, alla cena era sempre a casa FAZZARI... Una casa che accoglieva anche il FAMELI... Nei primi anni 80, proprio in quella casa di Albenga, mentre GULLACE era di nuovo in cella (ops, lui la chiama “stanza”), a casa FAZZARI si danno da fare per far uscire il Carmelo... Lì gli alibi si inventano, come quando uno dei notai a servizio del FAMELI fornì il falso alibi per scagionare il GULLACE Carmelo dal duplice omicidio ed un tentato omicidio commesso nella Piana ai danni dei FACCHINERI...
Lì in quella casa ad Albenga, ben prima dei lavori nella villa di FAMELI, si tenne, ad esempio, una cena con ospite anche FAMELI. C'erano il Filippo FAZZARI e Giulia FAZZARI oltre al Francesco FAZZARI, c'era il FILIPPONE Francesco – cugino e uomo del GULLACE – e lì, quella sera il FAMELI pronunciò una frase, rivolgendosi a Giulia FAZZARI e Francesco FAZZARI, una frase che dimostra che lì conosceva bene: “il braccio e la mente”. Il “braccio” era la Giulia e la “mente” il luntrune primo, alias il Francesco FAZZARI.

Ora, ristabilita la verità storica, sui tempi dei legami tra il GULLACE-FAZZARI ed il FAMELI (altro che solo per la sistemazione della villa di Loano, sic), andiamo avanti perché il rapporto tra il GULLACE ed il FAMELI ha retto nel tempo, tanto che il FAMELI accettava anche di fare - come abbiamo già ricordato - una lunga anticamera davanti al cancello di Via Costa 17 a Toirano, quando si recava a parlare con il Ninetto.

Ogni qualvolta Rolando Fazzari (figlio di Francesco FAZZARI ma da sempre dissociatosi dalle attività criminali della sua famiglia di origine, tanto che più volte ha denunciato inutilmente i suoi parenti, a partire dalle sorelle – Giulia e Rita - e fratello Filippo, per arrivare ai “cognati” GULLACE Carmelo e ORLANDO Roberto) si recava da un avvocato per promuovere azioni legali e denunce contro la sua famiglia di origine, come per “magia” spuntava il FAMELI a bussare alle porte di quegli avvocati. Uno dopo l'altro. Qualche pratica, qualche colloquio ed alla fine gli avvocati “vendevano” Rolando Fazzari. Cause che finivano nel nulla... Denunce che non si muovevamo dai cassetti... parcelle che arrivavano puntuali con i "bisogna avere pazienda"... sino al culmine dell'avvocato SELINI Francesco che, già legale di Rolando FAZZARI per le sue cause contro il GULLACE-FAZZARI, ricevuta la visita del FAMELI prende e si reca del GULLACE Carmelo (la controparte!) che ci teneva a parlargli, presso un cantiere dietro la banca di Borghetto S.S... Risultato: ennesimo avvocato che abdicò l'assistenza legale a Rolando Fazzari.

Il rapporto con gli uomini del GULLACE è quindi storico e consolidato, anche se FAMELI cerca di negarlo... Il Tribunale di Savona, ancora, ce lo ricorda:

Ma vi è un altro elemento di portata indiziante pari a quelli fin qui esposti ed ancora più vicino nel tempo.
Tra le frequentazioni sospette il P.M. ha indicato quella di FILIPPONE Francesco, un imprenditore edile calabrese che opera in Liguria...

Il FILIPPONE Francesco (stretto parente e sodale del GULLACE) è colui che nella stagione “tardiana” costruiva le case popolari tra provincia di Savona e provincia di Imperia con lo IACP. Il rapporto della 'ndrangheta con l'allora presidente della Regione Alberto TEARDO, massone e piduista, fu tracciato dall'acquisto di pacchetti di voti attraverso il boss Giuseppe “Peppino” MARCIANO', del “locale” di Ventimiglia, legatissimo ai PIROMALLI. Chi si opponeva al clan TEARDO, come le imprese che non lasciano campo aperto alle imprese del clan, si vedeva colpito da attentati. Attentanti anche con la dinamite... la stessa dinamite che si usava nella cava di Francesco FAZZARI, Filippo FAZZARI e Giulia FAZZARI... Altri si dovevano tirare indietro, altri, come le imprese dei FILIPPONE-GULLACE, invece conquistavano incarichi pubblici... Anche questo è un dettaglio che pur conoscendo bene il FILIPPONE, i FAZZARI ed il GULLACE, il FAMELI non racconta mai... (a proposito: come mai non ha mai denunciato nulla di tutto questo, lui che è tanto contro la 'ndrangheta? sic).

Andiamo avanti... Nel 1987 il Procuratore Capo di Savona, come ricorda la recente Ordinanza di Custodia Cautelare a carico del FAMELI – 2012 -, scriveva:

risulta dimostrata anche la stretta amicizia del FAMELI con il clan dei PESCE implicati nell'omicidio del LAMALFA. E non è escluso che vi sia stato l'appoggio (se non altro economico) del FAMELI nell'efferata azione di eliminazione dei TRIPODI ad opera dei PIROMALLI, avvenuta in Liguria a pochi km da Loano e Borghetto S.S., dove i PIROMALLI potevano far capo oltre ai PESCE e GULLACE, anche a tale GARRIZZO Antonio, collegato al FAMELI Antonio tutti individui (PIROMALLI, GULLACE, TRIPODI, GARRUZZO) inquisiti o condannati per il delitto di associazione mafiosa”.

Sempre nella medesima O.C.C. del 2012 a carico del FAMELI ed altri si leggono le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, il SARNATARO Alessandro. Si legge:

SARNATARO Alessandro, riferisce di circostanze, seppur generiche, di cui lo stesso è venuto a conoscenza dallo stesso FAMELI in virtù del rapporto di conoscenza diretta e del “rispetto” di cui godeva da parte di questi. Nelle dichiarazioni rese in data 29.10.2010 il SARNATARO spiega per quale motivo il FAMELI lo riteneva affidabile: “mi propose di occuparmi del night club e poi di trovare un modo per far girare il denaro da riciclare, il tutto per il fatto che sono in buoni rapporti con alcune famiglie molto potenti in Campania (NUVOLETTA, MALLARDO)”. Sull'attività di riciclaggio del FAMELI e suoi legami con la 'ndrangheta, il SARNATARO riferisce di attività risalenti sia nel verbale del 29.10.2010: “Conosco FAMELI dagli anni '90 quando frequentava anche GULLACE e riciclavano il denaro proveniente dalla Calabria in investimenti immobiliari. Non sono a conoscenza del posto preciso da cui provenisse il denaro” che in quello del 10.6.2011: “GULLACE Nino è rispettato da tutti e per quello che mi risulta è un affiliato della 'ndrangheta, è il personaggio più importante per la 'ndrangheta per tutta la Liguria. Ufficialmente non si occupa di nulla perché il suo vero lavoro è essere il rappresentante della 'ndrangheta in Liguria. (…) Intorno al 2003 circa c'era stato un distacco tra GULLACE e FAMELI perché diceva insistentemente che il FAMELI fosse un confidente dei Carabinieri. Io non so se questo fosse vero ma di certo vedevo spesso il FAMELI Antonio presso la Caserma dei Carabinieri di Savona. So che poi dopo qualche anno il GULLACE e il FAMELI si sono riavvicinati perché il FAMELI è molto utile al riciclaggio del denaro per il GULLACE e per la 'ndrangheta, non a caso so che il FAMELI ha una notevole disponibilità di immobili e denaro”. Il SARNATARO ha però avuto numerosi contatti con il FAMELI anche negli anni 2008 e 2009 e su tale periodo lo stesso ha riferito, nelle dichiarazioni del 29.10.2010, una serie di circostanze: “Nel 2009 ero a Loano e ho incontrato diverse volte FAMELI nel suo Ufficio sulla via Aurelia... il FAMELI mi fece vedere due speculazioni immobiliari diverse. Il primo era a Loano 2, un intervento in via di ultimazione ove mi disse che aveva investito denaro che riciclava e che veniva dalla Calabria. Non ho mai saputo esattamente da qualeh fonte precisa venisse... Il mio rapporto con FAMELI è finito dopo il gennaio 2010 a quando sono stato arrestato. Contattavo FAMELI solo di persona. Tra il 2008 e il 2009 mi raccontava che riciclava solo nell'immobiliare, non so da dove arrivassero precisamente i soldi e nemmeno se le operazioni immobiliari diano intestate a nome suo”.

Il FAMELI aveva preso ad operare per lui anche Antonio (Antonello) PRONESTI', stretto parente del GULLACE Carmelo (i PRONESTI' sono non soltanto parenti del GULLACE ma strettamente compartecipi alle attività della cosca GULLACE-RASO-ALBANESE... ad esempio il Francesco Bruno PRONESTI' era capo-locale della 'ndrangheta del basso Piemonte ed è stato recentemente condannato in Appello a Torino; il Rocco PRONESTI' detto “u Lupo”, prima ad Orbassano ed ora a Pietra Ligure, è sempre stato uno dei più attivi nell'attività criminale del gruppo facente capo al GULLACE e conta precedenti indicati dalle Forze dell'Ordine per associazione a delinquere, omicidio, detenzione e porto abusivo di armi ed esplosivi, traffico di sostanze stupefacenti; anche l'Antonio PRONESTI' e Luigi PRONESTI' erano tra coloro finiti nelle maglie delle inchieste per traffico di eroina).
Il fatto è stato confermato, nell'interrogatorio 5 dicembre 2011, dalla segretaria personale del FAMELI:

Con riferimento a GULLACE Carmelo detto Nino o Ninetto, ricordo che fu lui a presentare ANTONELLO [PRONESTI', ndr] al FAMELI Antonio, dicendo che l'ANTONELLO era suo parente. Il GULLACE lo conoscevo anche prima che arrivassero l'ANTONELLO e i suoi soci: veniva qualche volta in ufficio, salutava si appartava a parlare con FAMELI Antonio, conversazioni che io non potevo sentire.
ACCAME Fabrizio chiamava GULLACE Carmelo “il geometra”, non so per quale motivo. Successivamente tutti presero a chiamarlo “geometra” e anche io ho utilizzato lo stesso termine in qualche occasione. ACCAME e GULLACE si conoscevano, li ho visti parlare qualche volta insieme.
FAMELI Antonio e GULLACE si conoscevano certamente da tempo ma non ho idea di quali fossero i rapporti tra loro.”

Anche le più recenti manovre investigative e azioni giudiziarie nei confronti del FAMELI confermano il quadro “storico” che il FAMELI cerca continuamente di negare anche contro le più palesi e conclamate evidenze.

Nel 2005 alla Casa della Legalità e immediatamente dopo alla DIA e DDA di Genova, la ex moglie di Vincenzo MAMONE (della nota famiglia MAMONE – padre Luigi MAMONE e madre Alba RASO - attiva da decenni a Genova, massone, e la cui figlia ha visto come padrino il GULLACE Carmelo) ha indicato tra i soggetti della criminalità organizzata che partecipavano a riunioni e summit di mafia o che comunque fossero in contatto con i MAMONE, anche il FAMELI Antonio, oltre al GULLACE Carmelo, i GIOVINAZZO, MAMMOLITI, PIROMALLI, RAMPINO ecc.

Durante un udienza a Savona in cui erano imputati, tra gli altri la Giulia FAZZARI ed altri esponenti del sodalizio GULLACE-RASO-ALBANESE, e dove doveva testimoniare l'ex moglie di Vincenzo MAMONE, era presente in aula, oltre al GULLACE Carmelo, anche il FAMELI Antonio che non aveva alcun apparente “interesse” in quel procedimento. Se è stata chiaramente denunciata l'intimidazione della testimone da parte degli esponenti della cosca, in quella mattinata al Palazzo di Giustizia di Savona, il FAMELI disse alla testimone: “Tutti i giorni prego per mia moglie (defunta, ndr), da domani pregherò anche per te”. 

Se già il FAMELI aveva reso evidente l'atteggiamento intimidatorio nei confronti degli esponenti della Casa della Legalità, ed in particolare del Presidente della Casa della Legalità, con tanto di aggressione in pubblica piazza (giustificata persino dall'allora Maresciallo BIANCHI Luca – ora Luogotente – dei Carabinieri di Borghetto S.S.) l'8 luglio 2010, in compagnia di altro soggetto legato anche al GULLACE quale il PATITUCCI Carmine, anche dalle intercettazioni telefoniche dell'inchiesta CARIOCA è emerso che il “nervosismo” per le attività di denuncia che la Casa della Legalità promuoveva.
Sono certamente altamente significative le Intercettazioni dell'Operazione “LA SVOLTA” della DDA di Genova con l'Informativa dei Carabinieri di Imperia. Le risultanze di tale inchiesta hanno tra l'altro messo in evidenza l'insofferenza della 'ndrangheta, con chiari riferimento a colpire a morte, chi, come il Presidente della Casa della Legalità, ha “osato” indicarli e denunciarli.
Vediamo un estratto dell'intercettazione del 15 aprile 2011:

(…)
SCIBILIA parla di querele, MARCIANO’ G. dice che ci vorrebbe qualcos'altro, tipo qualcuno che lo avvicini, MARCIANO’ V.CL.77 dice che prima o poi qualcuno lo ammazza e che questo è quello che vuole la persona che scrive. Si capisce che parlano di BALLESTRA perchè viene tirato in ballo da SCIBILIA anche l'articolo riguardante MARCIANO’ V.CL.77 cl 1948.
MARCIANO’ V.CL.77 dice che quello di Savona (ndr ABBONDANZA) è messo ancora peggio perchè è andato proprio a seguire Ninetto (ndr GULLACE Carmelo) dentro la cava con la telecamera e non si rende conto che se lo prendono uno di quelli lo ammazzano. SCIBILIA chiede se questo personaggio sia di Savona e MARCIANO’ V.CL.77 conferma. MARCIANO’ G. invita il figlio MARCIANO’ V.CL.77 a dare un'occhiata alle stampe degli articoli presi da internet, MARCIANO’ V.CL.77 si rifiuta e dice che questi a FAMELI, davanti all'agenzia (ndr Antonio FAMELI boss legato ai PIROMALLI ha aperto un agenzia immobiliare a Loano oggetto di contestazione aperta da parte di rappresentanti della casa della legalità) lo hanno pubblicamente descritto come appartenente alla famiglia PIROMALLI. SCIBILIA commenta che non li ammazzano perchè sono troppo diretti nelle loro accuse e gli investigatori saprebbero subito chi andare a prendere per tanto suggerisce che debbano essere lasciati perdere per un paio d'anni per eliminarli dopo. MARCIANO’ V.CL.77 conviene con quanto detto da SCIBILIA e afferma che quella è la fine che faranno.
(…)

Ed ancora un intercettazione ambientale del 28 aprile 2011:

(…)
MARCIANO’ V.CL.77. MARCIANO’ V.CL.77 non si spiega come possono avere certe notizie. E MARCIANO’ G. gli risponde che c'è qualcuno che parla (voci sovrapposte) anche PARASCHIVA concorda che qualcuno parla.
PARASCHIVA riferisce di essere dispiaciuto che mettano il suo nome (di MARCIANO’ G.) su questo sito abbinandolo a situazioni illegali. Riferisce testualmente: "...mi dispiace che un uomo come voi venga... venga scritto per delle cazzate, per niente, mi dispiace quello..."
Ore 12.19.00 MARCIANO’ V.CL.77 commenta un articolo scritto da Ballestra in cui il giornalista asseriva che MOIO gli avrebbe riferito che Onofrio GARCEA è un usuraio che non conta nulla. MARCIANO’ G. riferisce che adesso BELCASTRO e MOIO sono nemici e non vanno d'accordo, PARASCHIVA dice addirittura c'era scritto che Onofrio è affiliato alla famiglia BONAVOTA di Vibo Valentia. PARASCHIVA ribadisce che per sapere queste cose qualcuno deve avergliele dette perchè lui non può certamente esserne a conoscenza di questi particolari. PARASCHIVA dice che stanno scrivendo di tutti di GULLACE, di FAMELI e tutti. PARASCHIVA continua dicendo che hanno nominato anche i MAMONE di Genova, MARCIANO’ V.CL.77 a tal proposito, asserisce che i MAMONE di Genova sono i più forti e che possiedono circa 750 camion. PARASCHIVA dice che però i MAMONE, che sono due o tre fratelli, hanno una pentita in famiglia, la moglie di uno dei fratelli. MARCIANO’ V.CL.77 dice che si tratta della moglie di Pino. Commentano che la ditta dei MAMONE si chiama Ecoge ditta di scavi. PARASCHIVA poi precisa a MARCIANO’ G. che quello scrive tutte le cose su di lui è quello di Savona (ndr Cristian Abbondanza). PARASCHIVA dice che questo qui sta sfidando. MARCIANO’ V.CL.77 dice che prima o poi lo ammazzeranno. PARASCHIVA dice che è solo peggio se dovesse succedere una cosa del genere.
(...)

FAMELI quando dice che non è mafioso, singhiozzando, e chiamando Dio a testimone, davanti ai giudici della Corte d'Appello di Reggio Calabria, è invecchiato con il passare degli anni, ma è rimasto, come dimostrano gli Atti, lo stesso FAMELI che ripete lo stesso ritornello... che nega l'evidenza, che cerca di prendersi beffa di chiunque. Con noi non ci riesce, così come non ci riesca con la Magistratura e lo Stato (come testimonia la recente – e richiamata pochi giorni or sono – decisione del Tribunale di Savona che dispone la CONFISCA dei suoi beni).

Il fatto che abbia a “libro paga” professionisti, che abbia costruito una rete di “ricatto”, ad esempio, fornendo prostitute piuttosto che soldi, che nella sua rete di influenza vi siano anche uomini che avrebbero dovuto servire lo Stato (o che dovrebbero servire lo Stato) e che invece si piegano al FAMELI ed agli interessi e affari che questo garantisce e promuove per conto della 'ndrangheta, è un fatto di cui FAMELI, presentando il tutto come “normali collaborazioni”, usa come vanto e garanzia, ma che è invece un aspetto inquietante.

Il fatto che gli organi di informazione gli vadano dietro e non lo sbugiardino con gli Atti ed i fatti, storici e conclamati, quelli più lontani nel tempo come quelli più recenti, è elemento che dona, ancora, inquietudine perché dimostra che qualcuno anche in quell'ambito, dell'informazione, vuole far scendere (e tenere salto) un velo fitto di nebbia a tutela del FAMELI e della rete di rapporti indecenti e indicibili che costui a costruito in decenni di attività criminale, con la collaudata cerchia dei propri famigliari, per arrivare a coloro per cui operava ed opera nell'ambito della 'ndrangheta.

 

4) La “mamma” è sempre la “mamma” anche se si chiama “Peppino”... Peppino PIROMALLI

Già il GULLACE Carmelo si tradì e confesso proprio sui PIROMALLI... La famiglia dei GULLACE è direttamente imparentata con la cosca dei PIROMALLI, attraverso il matrimonio di GULLACE Concetta (cl. 1949) con PIROMALLI Gioacchino (cl. 1940), ma è soprattutto legata, come i RASO e gli ALBANESE dal vincolo di sangue. Sono “fratelli di sangue” come confessava il GULLACE con un concetto estremamente significativo sintetizzato anche dal Tribunale di Savona (oltre che riconosciuto dalla condanna definitiva per associazione a delinquere – non c'era ancora il 416 bis – insieme agli altri esponenti delle cosche 'ndranghetiste). In merito al GULLACE, infatti, come ricordano i Giudice del Tribunale di Savona è:

“significativo il passo in cui il GULLACE parla della famiglia RASO-ALBANESE-GULLACE, sempre in prima persona riferendo di collegamenti, in Calabria, con un sacco di famiglie tra cui i MAMMOLITI e i PIROMALLI, rispetto ai quali afferma che i nemici dei PIROMALLI sono nemici miei e i nemici miei sono nemici dei PIROMALLI, ecco, la base è questa, ripetendo poi la stessa espressione con riguardo ai MAMMOLITI e precisando:Ecco, abbiamo fatto un accordo con quello lì”.

Il GULLACE Carmelo, con conoscenza e frequentazione del FAMELI dagli anni Settanta, nel savonese da prima che arrivasse il FAMELI e legato-imparentato ai FAZZARI, da Savona ha scalato la gerarchia 'ndranghetista ed oggi è a capo indiscusso – come risulta dalle indagini più recenti – della cosca GULLACE-RASO-ALBANESE nel Nord-Ovest del Paese. Il GULLACE da killer spietato è divenuto uno dei principali boss della 'ndrangheta. Non ha mai smesso nell'attività criminale nemmeno quando era in carcere (ops, nella "stanza") ed affermava, ad esempio, a Torino, di voler vedere morto il Giudice Istruttore che lo aveva fatto arrestare... quando poi il fratello Elio GULLACE ed il PRONESTI' Rocco (pure loro 'ndranghetisti di riviera... savonese) sono stati sorpresi, in auto, davanti al portone dell'Ufficio del Giudice Istruttore di Torino, con una pistola occultata nell'auto... Con il Francesco FAZZARI che gli garantiva supporto e copertura il nucleo 'ndranghetista facente capo al GULLACE continuava con omicidi, traffici di esplosivo (come quello usato per gli attentati alle ditte avverse al clan Teardo che è esplosivo uguale uguale a quello della vecchia Cava di Borghetto S.Spirito, meglio nota come “Cava dei Veleni”), traffici di droga, supporto alla latitanza, truffe, furti, rapine, traffici di rifiuti sino ai sequestri di persona. Non risulta traccia di denuncia alcuna da parte del FAMELI Antonio in merito... come mai? Non lo notava quello faceva il suo cumprare Carmelo GULLACE e sodali? Non una denuncia a carico degli uomini della famiglia FAZZARI... Anche lì il FAMELI era distratto? Ma guarda che strano che la potente cosca dei GULLACE-RASO-ALBANESE, legata ai suoi amici PIROMALLI, non abbia mai visto denuncia dal FAMELI che si professa antimafioso... vero? 

Andiamo oltre e concludiamo (anche perché dovrebbe essere abbastanza smascherata l'ennesima raffica di menzogne e mistificazioni promosse dal FAMELI)... Chiudiamo sui suoi amici, i potenti PIROMALLI... Lo facciamo ancora una volta con le carte ufficiali, quelle del Tribunale di Savona, dove si legge che il FAMELI “teneva buoni rapporti con Peppino PIROMALLI del quale aveva un particolare rispetto, ne parlava in termini laudativi”. Rilievo che confermava, anche nel dibattimento nel maxi Processo alla 'Ndrangheta istruito a Palmi negli anni ottanta, quanto dichiarato dallo SCRIVA Giuseppe.
Scrivono ancora i Giudici del Tribunale di Savona: “Il FAMELI contestava di aver conosciuto Peppino PIROMALLI prima della sua detenzione, ma la deposizione del Riccio, che pure non ha motivi di astio nei suoi confronti, è difficilmente confutabile per la sua assoluta precisione e perché non ritrattata al dibattimento”. E ancora: “Peppino PIROMALLI è, secondo l'accusa, il potente boss al quale il FAMELI si sarebbe rivolto per essere protetto dalle eccessive pretese di LA MALFA Sabatino e colui che avrebbe sostanzialmente imposto a PESCE Giuseppe l'uccisione dell'antico amico. In sostanza si è evidenziato, nel presente procedimento, un collegamento, forse l'affiliazione, del FAMELI alla cosca capeggiata dal PIROMALLI desumibile, oltre che dalle deposizioni testé menzionate, dalla frequentazione con personaggi quali MAZZAFERRO e OPPEDISANO, soci della M.O.F. (MAZZAFERRO, OPPEDISANO, FAMELI), solo formalmente, secondo l'accusa, del fratello Saverio, CONDOLUCCI, GULLACE-RASO-ALBANESE... GARRUZZO... tutti facenti capo al clan PIROMALLI e con questo schierati nelle faide che hanno insanguinato la Calabria, e non solo – l'omicidio di Carmelo TRIPODI che si inserisce in queste faide è stato commesso in provincia di Savona."


Tralasciamo in questa sede la disamina della principale attività del FAMELI, ovvero quella della TRUFFA e dell'USURA che sono sempre andate di pari passo con quella del RICICLAGGIO in Italia ed all'estero ed al permanente supporto fornito per il perseguimento degli interessi della 'ndrangheta in Liguria ed oltre. Il FAMELI sarebbe bene che smettesse di mentire e mistificare i fatti. Se proprio vuole parlare e scrivere allora lo faccia confessando e raccontando ciò di cui è a conoscenza, tutto, tranne le “bufale”... quelle sono le uniche cose che, ad oggi, ha pronunciato e scritto e di queste si va volentieri a meno.




Qui il recente articolo che avevamo già dedicato alle sue bufale.


Qui lo speciale con tutti gli articoli ed i link agli Atti ufficiali richiamati anche nella presente risposta al FAMELI.

 

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