Il commendator “Pinocchio”, Antonio FAMELI, quando confesserà?

Scritto da Ufficio di Presidenza

commendator-pinocchioAntonio FAMELI è uno degli esempi più classici di chi serve fedelmente la 'NDRANGHETA. Operare per i GULLACE-RASO-ALBANESE (ed in primis per il GULLACE Carmelo detto "Nino") ed i PIROMALLI, attraverso il riciclaggio e la tessitura di una ampia rete di collaboratori in settori chiave, come la MASSONERIA, l'avvocatura, sino dentro i Palazzi di Giustizia e tra le fila delle Forze dell'Ordine, è sempre stata la sua funzione.

Oggi torna sulla scena lanciando messaggi a chi doveva tutelarlo e non lo ha fatto. Lo fa con una sorta di memoriale a puntate in cui, presentandosi, ovviamente, come vittima di una persecuzione, mistifica i fatti e la realtà.
Chi sono i soggetti che ancora tiene in pugno ed a cui chiede aiuto, in questo modo?
E' chiaro il suo messaggio: se vado a fondo io altri mi seguiranno. Si propone con il solito dico e non dico, tipico della 'ndrangheta, dove sono più significativi i silenzi e le omissioni di quanto viene affermato...

Aveva anche cercato di avvicinarci per "collaborare". Ha ricevuto una risposta netta: NO. Se uno vuole collaborare si deve presentare in Procura e lì raccontare e documentare tutto. In altre parole: deve confessare e consegnare chi e quanto deve essere consegnato!

E' curioso che subito al FAMELI ed ai suo messaggi del dico e non dico, tipici della pratica 'ndranghetista che deve lanciare messaggi ai propri interlocutori, ottenga ampio spazio dai media che assumono una posizione piatta e che si guarda bene dal contraddire il commendator “Pinocchio”. E' conclamata la sua "buffonaggine" persino dagli annunci delle visite del suo sito, che dichiara in uno solo giorno aver raggiunto le 10.000 visite e nel secondo le 20.000. 

Senza dilungarci troppo, qui ed ora, visto che presto torneremo sull'argomento, ci limitiamo a ricordare alcuni fatti, inconfutabili che, non a caso, sono stati riconosciuti anche nel provvedimento di confisca dei suoi beni già individuati (10 milioni di euro)...

Nel provvedimento (vedi qui il testo integrale che avevamo già pubblicato) si legge che il FAMELI è “a tutt'oggi persona di spiccata pericolosità sociale ormai da molti decenni, la cui “dedizioni ai traffici illeciti non ha subito alcuna interruzione negli ultimi anni”.”.

Dopo il lungo elenco delle condanne inflitte al FAMELI (fallimenti, calunnie, ricettazione, truffa, inosservanza ai provvedimenti dell'Autorità, bancarotte fraudolente...) vi è la ricostruzione del profilo del FAMELI. Si legge:

“... le emergenze della sentenza della Corte di Appello di Messina del 20.10.1997, irrevocabile il 23.3.1999, con cui il FAMELI è stato definitivamente condannato per associazione per delinquere.
L'originario processo, tenuto di fronte alla Corte di Assise di Palmi, vedeva il FAMELI imputato, congiuntamente a numerosi altri soggetti, per associazione per delinquere di stampo mafioso ex art. 416 bis c.p. (…). Il processo si svolgeva nei confronti di appartenenti alla cosca PIROMALLI di Gioia Tauro. Tali vicende, e le sentenze che da essa originarono, rappresentano ad avviso del P.M. “una pietra miliare nella ricostruzione del fenomeno mafioso nella piana gioiese”, tanto da essere ampiamente citate in numerosi successivi provvedimenti giudiziari, tra cui l'ordinanza di custodia cautelare in data 5.10.2008 del GIP di Reggio Calabria nei confronti di PIROMALLI Giuseppe + 12 nel procedimento n.5275/2007 (...) e nel decreto di fermo emesso dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria nel procedimento n. 6268/2007 DDA (…). In tali provvedimenti delle A.G. reggine si ricorda che nel giudizio di primo grado la Corte di Assise di Palmi, rilevando l'omessa indicazione nell'imputazione degli elementi “di fatto” idonei a individuare l'associazione di tipo mafioso, di cui ricorreva solo il richiamo normativo all'art. 416 bis c.p., ritenne contestata in concreto l'associazione a delinquere cosiddetta semplice e per questo titolo condannò molti degli imputati con sentenza del 26.2.1994. Tra i condannati il FAMELI e, tra gli altri, GULLACE Carmelo.
La sentenza venne poi confermata in Corte di Cassazione per tutti gli imputati ad eccezione del FAMELI, per cui venne disposto un annullamento con rinvio. La Corte d'Assise di Messina, in sede di rinvio, confermò la condanna per l'ipotesi associativa nel confronti del FAMELI con sentenza passata in giudicato il 23.3.1999, a seguito della dichiarazione di inammissibilità del ricorso da parte della Corte di Cassazione.
La lettura di tale ultima sentenza (n. 600 del 23.3.1999...) è particolarmente importante perché fornisce un chiaro quadro dello spessore criminale del FAMELI. Afferma infatti la Corte di legittimità che “la sentenza del 21.10.1997 (quella della Corte d'Assise d'Appello di Messina) ha ritenuto provato innanzi tutto l'esistenza de sodalizio criminoso in base alle dichiarazioni di molte persone; quindi l'inserimento del FAMELI, persona molto apprezzata da “don Peppino PIROMALLI”, nella delinquenza organizzata (cosche RASO-GULLACE-ALBANESE). A conforto delle dichiarazioni dello Scriva ha valorizzato una lunga e complessa serie di circostanze ed elementi, già apprezzati in primo grado, di cui la prima sentenza d'appello e, di conseguenza, quella d'annullamento, non avevano tenuto conto; ha rimarcato la improvvisa carriera imprenditoriale – spiegabile solo con la disponibilità di un ingente patrimonio di cui il prevenuto non ha mai saputo fornire nessuna giustificazione – i sicuri rapporti con soggetti malavitosi anche autorevoli, la progettazione di un complesso imprenditoriale in San Ferdinando; le sicure manovre con la richiesta di intervento della 'ndrangheta, al di là di quanto deciso in relazione all'omicidio (omicidio di La Malfa Sabatino, di cui il FAMELI era stato assolto in appello, dopo la condanna in primo grado), per rimuovere l'ostacolo delle esose pretese del La Malfa Sabatino, capo mafia della zona”.
Il precedente pensale a carico del FAMELI per associazione per delinquere, pur formalmente qualificato come “associazione semplice”, è dunque in realtà, di fatto, un riconoscimento dell'appartenenza a una organizzazione di stampo mafioso, che attesta il risalente e radicato legame del FAMELI con la “'ndrangheta calabrese”.”

Ecco che il FAMELI è sbugiardato nettamente ed i suoi tentativi di mistificare i fatti e la realtà dovrebbero ricevere da chiunque (media compresi) una ferma riaffermazione dei fatti. Il FAMELI dovrebbe piantarla di continuare ad affermare, tra le altre cose che lo SCRIVA ce l'aveva con lui per vendetta e fosse inattendibile. Lo SCRIVA, divenuto collaboratore di giustizia, è stato accertato essere pienamente attendibile, come dimostrano molteplici sentenze definitive, come quelle richiamate nel Decreto di confisca a carico del FAMELI, e come altre (vedesi ad esempio quella del procedimento “OLIMPIA”). Anche su questo punto sarebbe non soltanto opportuno bensì essenziale che i giornalisti che scrivono del FAMELI non tacessero, assecondando i falsi conclamati esposti da FAMELI.

Ecco tre punti, brevi, che chiariscono non solo l'attendibilità dello SCRIVA ma il rilievo delle sue confessioni e dichiarazioni:

- lo SCRIVA raccontò dei riti di affiliazione, di come si entra nella 'ndrangheta e della cariche dell'organizzazione mafiosa. Nel 1984, fu il primo ad indicare l'esistenza, ad esempio, della “dote” del “VANGELO” (“vangelista”), che effettivamente fu riscontrato esistere. Questa, come confermerà anche un'altro collaboratore di giustizia, FONTI, era una carica che veniva attribuita a “personaggi eccelsi, conoscitori dei diritti e dei doveri dell'Onorata Società con mansioni decisionali al massimo livello”.

- lo SCRIVA svelò cosa avvenne in seno alla 'ndrangheta alla morte di Mommo PIROMALLI. Successore alla guida della cosca salì il fratello Giuseppe – Peppino – PIROMALLI e tale scelta vide insorgere i TRIPODI, i FURFARO ed i PRIOLO. Il conflitto portò perdite anche per i PIROMALLI che risposero, come racconta SCRIVA: “Dopo l'uccisione di Zito, i PIROMALLI si recarono dagli ALVARO per chiedere dove fossero i TRIPODI. Gli ALVARO risposero di non sapere nulla. Successivamente i PIROMALLI, per conoscere dove fossero i TRIPODI, sequestrarono Francesco SEMINARA, congiunto dei TRIPODI stessi. Il SEMINARA confessò di avere più volte accompagnato Carmelo TRIPODI dagli ALVARO. I PIROMALLI, dopo aver fatto cantare il SEMINARA, lo uccisero. Materialmente vi provvide Antonio PIROMALLI, il macellaio, il quale se lo mise tra le gambe e lo sgozzò come un capretto”.

- nella Sentenza OLIMPIA (vedi qui integralmente) lo SCRIVA viene chiaramente indicato tra i collaboratori attendibili: “Alla udienza del 7.2.98 lo Scriva ha asserito di aver fatto parte della criminalità organizzata della zona tirrenica (Piromalli, Albanese, Raso). E’ stato uno dei primi pentiti della storia criminale della Calabria ed il suo contributo determinante nella ricostruzione dell’organigramma di diverse cosche operanti in quella zona e di molteplici efferati delitti è stato riconosciuto nella sentenza emessa dalla Corte di Assise di Palmi in data 26.2.94 - in atti acquisita- nel processo noto come “mafia delle tre province” .

- nel già citato Decreto di Fermo “Cent'anni di Storia” (vedi qui integralmente) con cui la DDA di Reggio Calabria ha inflitto uno dei più pesanti colpi all'organizzazione facente capo ai PIROMALLI e MOLE' si legge ad esempio:
“Pienamente riscontrate devono, quindi, ritenersi le rivelazioni dello Scriva relative all’esistenza dell’associazione criminale in argomento, rivelazioni che, del resto, hanno ricevuto precise e significative conferme da ulteriori, seppur meno dettagliate, dichiarazioni di altri individui ben addentro nei segreti di tale organizzazione…
Tutte le citate dichiarazioni hanno concordemente descritto la ’ndrangheta come un’associazione criminale gerarchica costituita su base territoriale e con importanti collegamenti extraregionali…”.

Detto questo dovrebbe essere chiaro che lo SCRIVA fosse attendibile. Il tentativo di perseguire nello screditare tale collaboratore di giustizia, obiettivo chiaramente perseguito dal FAMELI, dovrebbe essere rispedito al mittente da chiunque, a partire dai giornalisti che si occupano del FAMELI. Il riportare le dichiarazioni del FAMELI, senza smentire con le risultanze definitive dei procedimenti penali, non è informazione ma disinformazione pienamente funzionale all'accreditare come "vere" quelle sono in realtà le falsità conclamate promosse dal FAMELI.

Lo screditare i collaboratori di giustizia attendibili, considerati infami e traditori dagli 'ndranghetisti, è una pratica consolidata per i mafiosi... che non per niente oltre all'obiettivo di colpirli a morte, hanno anche promosso tentativi di screditare lo strumento dei “collaboratori di giustizia” con finti pentiti, mandati a raccontare il falso e depistare le indagini.

Chi conosce un minimo la 'ndrangheta queste cose le sa, non può ignorarle o far finta di non saperle. Non può tacerle davanti alle menzogne del FAMELI che, ricordiamolo, non ha mai interrotto – come testimoniato dai rilievi mossi dalla Magistratura – i suoi rapporti criminali funzionali agli interessi propri, ovvero del proprio nucleo familiare, e di cosche potenti come quella dei GULLACE-RASO-ALBANESE legata ed imparentata a quella dei PIROMALLI.
Le “anticamere” del FAMELI davanti al cancello della villa del GULLACE a Toirano dimostrano non solo i suoi rapporti con il capo nel Nord-Ovest del Paese della cosca 'ndranghetista dei GULLACE-RASO-ALBANESE, ma anche la sua “sudditanza” nei confronti del GULLACE Carmelo (vedi qui lo speciale). I suoi consolidati rapporti con esponenti delle Forze dell'Ordine, della Massoneria e, come è emerso, anche in seno alla Magistratura, sono funzionali al garantirsi le relazioni necessarie vuoi per annientare avversari, vuoi per eludere indagini e salvaguardare gli interessi criminali perseguiti per la 'Ndrangheta. Il nucleo criminale facente capo al FAMELI, con anche i PIAVE, è stato strumento di promozione dell'usura, così come di estorsioni e riciclaggio, come testimoniano molteplici provvedimenti della magistratura. La rete che è stato capace di costruire il FAMELI in decenni di indisturbata attività non è solo quella emersa nell'indagine CARIOCA (vedi qui l'OCC integrale), che è arrivata, dopo i tasselli posti in Spagna (dove opera il FAZZARI Filippo, fratello della Giulia FAZZARI coniugata con il GULLACE Carmelo, di cui abbiamo già nuovamente parlato di recente), è giunta alle Isole del Centro America e quindi in quei Paesi dell'America Latina dove la 'ndrangheta ha forti interessi, come il Brasile ed il Perù. Il FAMELI il "truffatore" di professione, con la passione delle immoboliari come la figlia Rita FAMELI, titolare dell'immobiliare "ArtCase", ha goduto di potezioni inqualificabili. E' stato strumento essenziale di raccordo con servitori infedeli dello Stato che per anni hanno servito lui e la sua rete di criminale legata alla 'ndrangheta.

Questa è storia, non può cadere nell'oblio...

Anche perché ad oggi il FAMELI non pare proprio essersi ritirato dall'attività come meglio vedremo tra qualche tempo. Per ora quel che sappiamo ed abbiamo verificato lo abbiamo riferito alla compente Autorità Giudiziaria, così come facemmo già per indicare la rete di prestanome del FAMELI dedita al riciclaggio (scoperchiata dalla citata Operazione CARICA), e quindi, al momento, in merito non scriviamo manco mezza riga.

Vai allo speciale sul FAMELI 

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